scritto da IlSognoCurioso il domenica, 24 maggio 2009,22:00

Mi sono innamorato di te
perché
non avevo niente da fare
il giorno
volevo qualcuno da incontrare
la notte
volevo qualcuno da sognare
Mi sono innamorato di te
perché
non potevo più stare solo
il giorno
volevo parlare dei miei sogni
la notte
parlare d'amore
Ed ora
che avrei mille cose da fare
io sento i miei sogni svanire
ma non so più pensare
a nient'altro che a te
Mi sono innamorato di te
e adesso
non so neppure io cosa fare
il giorno
mi pento d'averti incontrato
la notte
ti vengo a cercare.


Dal mare c'è sempre
qualcuno che sta per tornare,
In mare c'è sempre
qualcosa da guardare,
e una storia è come di un'onda lo sciabordare
Dal mare c'è sempre qualcuno che ha qualcosa da raccontare
una storia di uomo se la si sa ascoltare


Tanti anni fa, nel 1940, credo, in un racconto intitolato Il relitto di kanasaka, Coloane ha narrato il suo strano incontro con un navigatore condannato alla solitudine sino alla fine dei tempi.
Quell'incontro si era verificato, effettivamente, nelle acque della Baia Desolata, nel canale Beagle.
L'imbarcazione sulla quale lo scrittore si trovava aveva rischiato di cozzare contro un relitto, che galleggiava trascinato dalle correnti; aggrappato ad esso, un indio yaghan era passato lì vicino, sfiorando quasi il ponte e tendendo il braccio come volesse indicare la rotta della catastrofe.
L'equipaggio e i passeggeri restarono muti di spavento di fronte a quello spettacolo terribile, ma Coloane, indagando nel corso di quel viaggio e di altri che seguirono, riuscì a sapere da dove veniva lo yaghan e quale tragedia lo aveva colpito.
Era un cacciatore di foche. Un giorno, mentre seguiva un animale dalla splendida pelliccia, si era avventurato alla banchisa. Fu allora che, vuoi per una caduta in acqua, vuoi per il nevischio o per il suo stesso sudore, la bassa temperatura aveva gelato il suo corpo bloccandolo in piena corsa. La primavera, poi, aveva staccato quel pezzo di ghiaccio condannando il cacciatore a essere un navigatore fantasma.
Avevo quattordici anni quando ho sentito Francisco Coloane raccontare questa storia a dei pescatori di Chiloé. È passato tanto tempo, ma mi ricordo ogni parola della sua conclusione:
“Tutto, allora, si spiega facilmente; ma nella mia memoria è rimasta, come un simbolo, la figura ieratica e sinistra del cadavere dello yaghan di Kanasaka, che insegue sul mare i profanatori di quelle solitudini, i bianchi “civilizzati” venuti a turbare la pace della sua razza, e a causarne la rovina con l'alcool e tutte le altre sventure. Quel cadavere sembrava dire, con il suo braccio teso: “fuori di qui”.
Luis Sepùlveda, Il mondo alla fine del mondo


Immigrati salvateci dagli italiani.

scritto da IlSognoCurioso il mercoledì, 13 maggio 2009,22:15

Vivo delle storie che la vita mi ha raccontato la notte in cui si coricò al mio fianco, e nel sentire il suo respiro sulla mia pelle capii che voleva fare all'amore con me

categoria:sul proscenio
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scritto da IlSognoCurioso il martedì, 28 aprile 2009,17:44

L'innamorato.


Un campo di studi, da anni, secoli, si inoltra in un mondo in continua evoluzione e particolarmente mutevole: quello dell'amore e del rapporto tra innamorati, ricambiati o no, ma sempre perennemente indaffarati dietro una comune meta dagli innumerevoli volti.
Ci sono vari tipi di innamorati riconducibili, secondo gli studiosi, a 3- 4 categorie.

Il primo tipo è il “timidone”, quello che vede la propria innamorata come qualcosa di irraggiungibile, un dolce stilnovo, un limite matematico che tende a più infinito, ma essendo il suo limite proprio la timidezza non si fa mai avanti.
Si riconosce questo tipo di spasimante da come guarda la sua prediletta da lontano: riservato si apposta dietro i pali, la osserva buttare la spazzatura da una finestra al decimo piano in modo che nessuno lo veda. Il classico innamorato timidone adolescenzial-studente universitario segue le stesse lezioni dell'amata, anche se lei è iscritta in psicologia e lui in ingegneria. È una questione di organizzazione dello spazio. Prendete una ragazza ad una lezione, tracciate una perpendicolare che parte da lei verso il fondo della sala, dieci posti esatti dietro trovate sempre il suo timidone di riferimento, non si può sbagliare. Si sono scoperti casi di timidoni che dopo anni di appostamenti si sono accorti che seguivano la persona sbagliata, ingannati da una nuca e da un taglio di capelli simile.
Troppo insicuro, ovviamente non rivela mai il proprio amore, al massimo prova a chiedere l'orario ma appena lei alza lo sguardo nel rispondere, i suoi occhi ridenti lo mandano in trans morto dalla vergogna e resta imbambolato, compiendo inesorabile la figura dello scemo. Di conseguenza è destinato a rimanere infelice, povero cane bastonato, con occhi spenti ma con un velo di un fuoco che non riesce a sfogare.

Il secondo tipo è il “romanticone”. Questa figura non si palesa nei modi più consoni del suo tempo, ma è estremamente influenzato dai romanzi armony della madre (in genere parrucchiera appassionata di fiction) e dai racconti di come il nonno fece colpo sulla nonna.
Organizza tutto secondo piani perfetti nella sua mente ma che nella realtà mostrano molteplici punti di disfunzione. Questo innamorato tende ad abbigliarsi come un vecchio che si sposa per la terza volta: cravatta a rombi, chili di acqua di colonia del nonno e brillantina. Manda avanti a se la fioraia con mazzi e bigliettini, costati una barca di soldi, invita lei al ristorante più costoso della città, lasciandoci un patrimonio e la porta a teatro a vedere la prima del balletto,spendendo una marea di quattrini.
In genere lei per tutta la sera costringe lui a passare per viotoli fuori mano e vie poco trafficate, in modo che nessuno li veda perché il suo rossore non è d'amore ma di vergogna, e poi a fine serata, dopo aver spennato sino all'ultimo centesimo il romanticone lei dirà
-mi dispiace, ma in questo periodo non me la sento di affrontare una relazione.-
Il giorno dopo, verrà vista baciarsi con il cameriere del ristorante, una settimana dopo resterà in cinta e si sposerà dopo due mesi.
Nel mentre il romanticone penserà ancora
Domani è un altro giorno” e, privo di una rupe sul mare da cui buttarsi, ripiegherà per un altro romanzo armony, sino a quando non resterà nuovamente folgorato da una nuova ragazza che finirà di spennarlo dei suoi risparmi.
Il romanticone vive in un situazione ciclica che porta all'incentivo percentuale del pil, sopratutto per quanto riguarda la ristorazione, l'intrattenimento e la fioricultura.

Il terzo è il “pieno di se”.
Influenzato dai personaggi miti della madre (in genere parrucchiera appassionata di reality), questo particolare esemplare sfoggia una abbronzatura da lampada e ostenta ricchezza, camminando con tutti i suoi averi appesi al collo, ottime riproduzioni a basso prezzo di indumenti di marca pervenute presso i migliori ambulanti della città.
Nessuna gli ha mai detto di no, non sono le donne a sceglierlo, ma è lui che le seleziona. Almeno questo è ciò che crede, ma nella realtà sta al bar a raccontare ipotetiche sue avventure sognate ad occhi aperti, sino a quando non si accoppierà con la figlia di qualche cliente della madre parrucchiera, anch'essa appassionata di reality.

A queste tre tipologie bisogna poi aggiungere “l'irriducibile”.
Di difficile classificazione, frutto di un eclettico incrocio tra il romanticone e tratti del pieno di se, l'irriducibile è di certo l'innamorato più interessante. Le donne che si ritrovano uno spasimante di questa categoria sono più propense all'isteria e alla depressione schizzofrenica. Sempre presente, quasi insolente, non cede mai e non accetta alcun rifiuto, o meglio, rifiuta di comprenderlo.
Un esempio:
L'irriducibile dimostra tutto il suo amore quando la donna di cui si è invaghito ha l'influenza, o almeno si finge malata per non accettare l'ennesimo invito di lui.
Bussa alla porta con un sacchetto pieno di vivin-c, aspirine, biochetasi, tachipirine e fluibron.
Lei apre addobbata nel modo meno attraente del mondo, ma che, non si sa il perché, a lui fa svenare: faccia pallida da febbre, occhi stravolti fuori dalle orbite, pantofole da leoncino in peluche, pigiama con una bruciatura da sigaretta sulla coscia destra e macchie di varechina sulla gamba sinistra, il tutto completato da una folgorante chiazza di caffè sul cuore. Per non parlare del gatto pulcioso, ovviamente anche lui influenzato, portato sotto l'ascella, forse scambiato per la borsa dell'acqua calda.
-ah sei tu- dirà lei scocciata,
-son venuto a farti compagnia- risponderà lui,
-che culo- penserà esausta lei, -guarda vorrei dormire...-
-bene allora ti guarderò mentre dormi- e lì lei vorrebbe spararsi in gola. Di conseguenza lo costringe almeno a pulirgli casa, lavare i piatti, passare l'aspirapolvere,
ma non piegare i panni.
I panni no,
mai!
Perché si sa che l'irriducibile, ha un vizio. Ama sentire l'odore dell'ammorbidente negli abiti puliti della sua amata, credendo che sia il suo odore. Quale ragazza la mondo però profumerebbe di limone, lavanda o gelsomino? O nei peggiori dei casi di naftalina?
I pochi casi in cui si è sperimentata la piega dei panni, i soggetti analizzati sono sempre stati trovati con una mutandina sul muso, poi nascosta e trafugata: limite superiore della pazienza di una donna finalmente spinta a mandare, espressamente, a fare in culo lo spasimante.
Si narra che gli Irriducibili posseggano tra i 100 e 700 paia di indumenti intimi femminili nelle loro dimore, mentre le rispettive proprietarie credono siano cadute dallo stendino del balcone al piano di sotto. Caso reale se il trafugatore è proprio l'inquilino dell'appartamento sottostante.

Un danno, una persecuzione, per una donna un innamorato, una malattia un ossessione, un sogno una disperazione per un'innamorato la sua visione che fa perder la testa e spinge al reato, come rubare un capo profumato.

 

Alle mie Clio, muse di questa ed altre storie...

categoria:racconti
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scritto da IlSognoCurioso il domenica, 26 aprile 2009,23:31

Continua come un ronzio nella testa...
(le precedenti puntate)

5_ Sbagliato

Dove ho sbagliato?
Che punto ho mancato?
La vecchina , Ginetto, mia moglie , hanno tutti pagato, un errore, o soltanto incomprensione.
Forse la musica non è perfetta, forse è un giradischi vecchio che salta e si guasta, e mancano le note per far tornare il passo.
Come si risolve un ballo non ballabile? Se mancano parti che nessuno suonerà ma che tutti credono di sentire per abitudine, perché nessuno ascolta attentamente:
è una musica già suonata nella mente per prestarci attenzione.
“Un errore” e il ballo finisce lì, a terra, seduti su una seggiola.
Tutti sbaglieranno giustamente e nessuno valuterà come si deve, il giudice sbagliato, il ballo sbagliato, da ballare sballato, e il ballerino che balla correttamente risulterà così inadeguato.
-Ha finito lei con noi, questo è l'ultimo errore-
-Cinquant'anni di lavoro finiscono nella routine non più per noi-
-Suo figlio, signora, suo figlio...-

Nullità di un'onestà, in una buca di una bocca troppo grande per sopportarne l'urlo, e lo stridere di uno strumento stonato che cerca di andare in compagnia.

Forse non sono i ballerini, ma i vecchi giradischi che non sanno più suonare.

categoria:racconti
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scritto da IlSognoCurioso il domenica, 19 aprile 2009,23:05
Su socialista a una bigotta


("Le Bigotte", Walter Mac Mazzieri, 1966)

[I]
De cando ses cun sa cunfessione,    
             Dato che tu stai sempre in confessione,
non faeddes de Santos, bene meu:                i Santi o bene mio non nominare:
comente cheres chi mi ponza in Deu             come pensi che in Dio possa sperare
da chi ses tue sa tentazione?
                         se proprio tu sei la mia tentazione?

Ma si abberu m'has affezione,                       Ma se davvero mi porti affezione,
beni e dami unu basu cun recreu;                   vieni, baciare me ti può giovare;
lassa sos santigheddos d'ozu seu,                   i santini di sego puoi lasciare,
basa a mie, non bases su mattone.
                 bacia me, non baciare il mattone.

Lassa sos Santos, faedda de affettu:              Lascia i Santi, e parlami d'amore:
chi finas cun su chelu so a prima                    persino col cielo ho seri guai
pro mesu ch'happo a tie intro su pettu.
          da quando tengo te dentro il mio cuore.

Ma si falsu non est chi m'has istima,               Ma se falso non è che amor mi dài,
pagu seguru tenzo custu lettu,                        ho il letto traballante e traditore,
istuda sa candela, abarra firma.
                     soffia sulla candela, e ferma stai.

[II]
Bianca, non lu nego, ses bianca,                    Bianca, non lo nego, tu sei bianca,
in biancura superas su lizu,                            in biancore anche il giglio hai superato,
però cando t'hant postu su battizu                  però quando ti hanno battezzato
t'hana fattu sa rughe a manu manca.
               ti hanno fatto la croce a mano manca.

Tue giughes chelveddos de corranca,            Cervello di cornacchia, zucca stanca
t'hana postu su sale aizzu aizu                        che solo in superficie t'han salato,
chi finas in su pubblicu passizu                       ché nel passeggio tutti t'han notato
curres a musca che trau in sa tanca.
               rincorrer mosche come toro in tanca.

Giughes sa musca, però non t'abbizas            Hai le mosche, e non ti rendi conto
chi ti faghet andare furiosa,                            che camminare ti fanno furiosa
pro cussu faghes cussu passu istranu.
             e per questo procedi a passo strano.

Narami it'est su chi tottu disizas,                    Ad ogni desiderio sono pronto,
beni a mie, non istes birgonzosa
                     vieni a me, non far la vergognosa
ca su chi chircas tue l'happo in manu.
           perché quello che cerchi io ce l'ho in
                                                                                            mano

Peppinu Mereu (1872-1901)

scritto da IlSognoCurioso il venerdì, 17 aprile 2009,23:26

Continua a ballarmi attorno: un, due, tre

4. Interessante


-La sensazione è quella di un cerchio alla testa, stretto, forte, come quando ci si sveglia le mattine dopo una notte in cui si è bevuto molto, ha presente?-
-Interessante-
mi disse solo -interessante- senza aggiungere nient'altro, come se stesse guardando uno strano animale dal piumaggio curioso, o un film con una trama avvincente alla televisione.
Due volte alla settimana, il dottore mi vuole incontrare con tutti gli altri, e vuole che io gli parli di me e di loro, di mia moglie, di come mi trovo, di dove mi trovo, e di lui. Si perché anche lui è parte integrante del discorso della mia mente.
-Interessante-
-Sono abbastanza confuso sa? Lucido, ma confuso. Si, vede, io... come dire... mi sto rendendo conto di ciò che ho fatto e il pensiero mi stinge la testa: fa male, e vorrei staccarmela pur di non pensare-
-Interessante-
-Poi quelle voci, queste voci, la sua voce, le vostre voci mi riempiono la testa e tutti dite tanto e niente, parole pronunciate solo per sentire il suono delle proprie, per non ascoltare: nessuno che voglia sentire un altro, e allora le voci, che sembrano volessero svelarti in continuazione un segreto, in realtà sono pura didascalia, continua, incessante e rumore-
-Interessante- questa volta non solo pronunciato ma anche scritto nella sua cartellina, mentre Ginetto, dava una dimostrazione di quanto detto, e lì mi bloccai perché mi entrò in testa uno scorrere del tempo e il fatto che -soo no qui, a contare i giorni a contare i lunedì-

-Sa dottore quanti giorni sono qua?- cominciò Ginetto dondolandosi sulla sedia, come a scandire il tempo delle sue parole
-io- non- ce- la- fac- cio- più, almeno una mano, per contarmi le dita, non le vedo piegate dietro la schiena-
Ragioniere del tempo, preciso, fiscale, un vero calendario, ottimo lavoratore, affidabile, mai assente, sgrana in continuazione la sua routine per non dimenticarsela, per ripeterla sino alla fine
– 6.30 sveglia,
            6:35 caffé,
                   6:37 bagno,
                           6:50 uscire,
                                    7:00 inizio lavoro cartelle,
                                                 8:00 controllo macchine,
                    8:05 “Buongiorno direttore, le macchine son apposto”-
ma alle 8:07 di un giorno identico ad un altro, il direttore gli disse
-mi dispiace Ginetto, ma per rinnovo aziendale dobbiamo mandarti a casa-
e cinquanta anni di orologio si guastarono e ora è qui che aspetta che i giorni passino di lunedì in lunedì, sino alla pensione, perché nella sua testa il lavoro continua, non è andato via alle
8:08 incendio ufficio
,
             ore 8:20 secondo controllo macchine,
                          ore 12:30 pausa pranzo.
-Dottore, la prego mi liberi una mano, una sola, giusto per contare e rimettere apposto cartelle, il capoufficio tiene molto al fatto che siano in ordine,
da destra a sinistra in ordine numerico, così l'ultima è la più vicina nello scaffale, ricordi, ogni scaffale contiene quelle di un unico anno”.
Ma il dottore non guarda la faccia scarna di Ginetto, non vede le borse sotto gli occhi di un lavoratore che instancabile, per dedizione non dorme la notte, vede solo nomi, patologie, i sentimenti e le menti non esistono. Lui non cura le cause, per lui è importante osservare le conseguenze, calmarle a gocce affinché non sfoghino in un sol colpo, perché lui vuole studiarle piano piano se le trova “interessanti”, e piano piano portarle avanti, in un sistema malato e perverso che gode nel auto definirsi sano, medico-malato-paziente di se stesso che da medicine miracolose per tutti.
Lui sta al centro di questo cerchio di matti, cabala immobile di visi smunti e rasati male da mani fredde, scrive nella sua cartellina i nomi di chi parla nelle nostre orecchie e nelle sue, e noi menti libere con mani legate e lui mani libere ma legate nella mente di una veste di un medico interessante.
Come ogni volta, prova a far parlare quella donnina rachitica che sdentata mugugna in lacrime sul suo posto, e come ogni volta lei non risponde, continua il suo lamento, unico momento che il dottore non ritiene interessante
-5 cc tre volte al dì!-
-ma lei ha risposto!- dico io e il dottore scocciato mi zittisce con uno sguardo che dimostra che non è il suo interesse ascoltarmi. Lui non sa ascoltarlo, ma quel gemito è la risposta, la mente di lei così dura non può essere scolpita e e il suo mugugno la tiene viva: 5 cc tre volte al dì assopiranno ma non cambieranno il suo sentire, inutile il tentativo di coprirlo con il rumore fine di una strisciata di penna.
Penso -piangi cara mia, che finché piangi resti viva, non mollare, continua a mugugnare-
Come se avesse letto il mio pensiero, le lacrime diventano disperazione, e il lamento grida strozzate, come quello delle madri che hanno perso i figli in qualche tragedia, sotto macerie, e non li rivedranno, non avranno neanche un corpo da usare come fazzoletto, non un letto o un capezzale da guardare e un muso pallido senza vita da accarezzare: sanno che è lì sotto e non ci si può arrivare, e allora ogni risposta diventa inutile e incomprensibile. E il suo gemito diventa un canto di prefica, un dolore soffocato nella gola, un sentimento che non si può pronunciare, un dolore che fa impazzire.

-5 cc tre volte al dì! ma torniamo a lei- mi dice alzando per un attimo gli occhi da quelli occhiali, come se si aspettasse che almeno io dicessi qualcosa di ...interessante.
-torniamo a lei, mi parli di sua moglie-
Ma io rimango un po' imbambolato, non trovo parole, ne un'immagine dettagliata : tutto mi pare annebbiato e confuso, per un attimo in testa non ho che la povera vecchina e il suo stridere di denti mi pare così simile ai modi di lei.
-Mugugnava l'ultimo periodo, ricordo questo, a ogni mia domanda lei non rispondeva che uno strafottente e scorbutico “no!” quasi impercettibile, di rimando.
Insopportabile, come tutte le negazioni della mia vita, un rancore di fondo latente, lagnava un “no” di dolore intollerante e io rispondevo con un silenzio indifferente che accumulai nel fegato sino a quando non ne potei più-
-Interessante! e quando avvenne?-
-quando disprezzò l'unico vezzo che avevo tenuto, aggiustare il giradischi, un fallimento secondo lei!-
-la sua passione per il ballo?-
Che domanda idiota pensai, ma dovevo fare attenzione, la risposta a questa domanda avrebbe deciso la decisione di lui: o un “interessante” o un “5 cc tre volte al dì” che non voglio.
Pensai un attimo in silenzio. Cercai una risposta serena, ragionevole.
Respirai profondamente. Chiesi consiglio alle voci
          Sono qui che un due tre sei un fallito e non un re, lacrime di un amore scavate di un rancore, sofferenza fatica, non un bastone ma una dama amica.

-Si la mazurca, che bella- dissi un po' incerto con parole di circostanza, cercando di decifrare cosa intendesse la smorfia sul viso di lui.
-che bella la mazurca, l'unico bene, unica cura, il ballo ti trascina, spegne i brutti pensieri e tira, e gira nelle gambe e un fremito ti percuote e allora tutto scompare, resta solo la musica, un ritmo sempre esatto mai con niente di sbagliato, e sul pavimento si resta da soli a vedere la vita, la dama, l'amore e si cerca di seguire passo dopo passo il ritmo perfetto del giradischi. Vorrei tanto ballare con qualcuno che non sbaglia i passi sa?-
Il dottore restò in silenzio, per un po', poi scrisse qualcosa di certo interessante nel taccuino e chiese:
-perché? Cosa succede se qualcuno sbaglia?-
-Non si può sbagliare!- dissi irritato,- come si può sbagliare?! è tutto perfetto, perché mai uno dovrebbe faarlo?! perché rovinare il ballo, che figura si fa con gli altri che danzano e girano attorno?! si va a sbattere, ci si pesta i piedi e ciò non deve accadere, chi sbaglia non si può permettere di ballare, bisogna mettersi seduti da una parte e lasciare la pista a chi veramente sa muovere i piedi in modo impeccabile:
non si scivola, ne si inciampa e tanto meno ci si lamenta!” -

Forse la troppa foga, forse voleva altro, comunque pronunciò
-5 cc tre volte al dì!-
Avevo ragione, non si può sbagliare ne inciampare, soprattutto con un giradischi che suona un disco, una musica perfetta e presuonata in mezzo ad una sala, in cui attorno si muovono impacciati ballerini troppo preoccupati nell'ascoltare per lasciarsi trasportare.

categoria:racconti
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scritto da IlSognoCurioso il domenica, 05 aprile 2009,20:53

Una mujer desnuda y en lo oscuro

Una mujer desnuda y en lo oscuro
tiene una claridad que nos alumbra
de modo que si ocurre un desconsuelo
un apagón o una noche sin luna
es conveniente y hasta imprescindible
tener a mano una mujer desnuda.

Una mujer desnuda y en lo oscuro
genera un resplandor que da confianza
entonces dominguea el almanaque
vibran en su rincón las telarañas
y los ojos felices y felinos
miran y de mirar nunca se cansan.

Una mujer desnuda y en lo oscuro
es una vocación para las manos
para los labios es casi un destino
y para el corazón un despilfarro
una mujer desnuda es un enigma
y siempre es una fiesta descifrarlo.

Una mujer desnuda y en lo oscuro
genera una luz propia y nos enciende
el cielo raso se convierte en cielo
y es una gloria no ser inocente
una mujer querida o vislumbrada
desbarata por una vez la muerte.


Mario Benedetti

scritto da IlSognoCurioso il domenica, 22 marzo 2009,15:09
Una storia di paese.

santeru
In ogni paese, alle sei del pomeriggio, le piazze si popolano di gente. Soprattutto a giugno, quando il primo caldo estivo con la sua afa opprimente, fa grondare le schiene piegate nei campi, e i volti rossi, neri di fatica appaiono come il volto di un cristo al venerdì santo: le vene delle tempie ingrossate a segnare i lineamenti su cui scivola l'affanno, e la bocca, dischiusa in una smorfia, si disseta di un'aria torrida che lascia senza fiato.

Non bisogna bere, o almeno non subito al primo seccarsi della gola, ma inumidire solo le labbra quando la sete diventa irresistibile nello stillare delle ore. I contadini lo sanno: in quelle condizioni anche l'acqua è una droga che gonfia lo stomaco e rende lo stare piegati di una fatica insostenibile. E più si beve e più si ha sete, sino a quando non finiscono le scorte e si è costretti ad attingere alla fonte salata del proprio sudore.
Tutti i giorni, però, anche quelli in cui malediresti d'esser vivo, verso le sei del pomeriggio il caldo e la luce pesante del sole concedono una tregua: l'aria diventa respirabile e il cielo assume finalmente un tono più tenue, un azzurro quasi pastello. I contadini, rigenerati nelle docce, con ancora i capelli umidi e la camicia pulita e morbida su quella pelle così dura, si distendono nei bicchieri di vermentino freddo nei bar e nelle cantine, mentre i bambini corrono per le strade in schiamazzi e giochi, finalmente liberi dalla paura di “sa mamma 'e su sole”, a quell'ora non più in agguato ad ogni angolo di strada.

In quel momento della sera, in cui la voglia di vita ritorna nei petti vigorosi dei giovani, le vecchie preferiscono continuare ad appesantirli nei fumi dell'incenso, nelle candele e nelle orazioni delle novene del santo. Nove giorni di preghiera, affinché il santo meta una buona parola con il suo superiore per il loro marito scomparso. Nove giorni di rinunce e canti ritmati nel loro lento dondolare delle teste dentro il sopore di una chiesa spoglia, per lasciare tutto ai giovani al decimo giorno, che nei loro abiti migliori riempiranno chiesa e paese di frastuono e festa, per sfogare la fatica del lavoro, per cercare l'amore e per ripetersi con gli sguardi, che si, è ancora lontana la vecchiaia e la morte.

Ogni giorno, l'ultimo suono che si sentiva alla fine della novena era uno sincopato passo di tacchi che dalla cappella della Madonna del Rimedio attraversa tutta la chiesa verso l'uscita. Un ticchettare di zoppo che si immetteva nella piazza.
Con le spalle avvolte nello scialle della vecchiaia e la testa cinta in un fazzoletto di una decennale vedovanza, nera come un corvo, Tzia Disgrazia dondolava dalla chiesa sino alla sua vecchia casa dall'altra parte della piazza, facendosi largo tra le risa, non troppo lontane, dei giovani seduti nei tavolini dei bar e borbottando con quelle labbra tirate in una bocca sdentata.
Non era un semplice mugugno da vecchia sclerotica il suo, ma malediceva quei giovani: -invecchierete anche voi- biascicava -e allora si che vi vorrò vedere ridere- nei confronti di quelli che come la vedevano arrivare si toccavano i coglioni, mentre i più zelanti e bigotti facevano un veloce segno della croce e i bambini più discoli, nascosti dietro i muriccioli, gridavano -Tzia Disgrazia!- epoi scappavano.
Quel soprannome la povera vecchia proprio non lo sopportava. Non era una maledizione la sua, ma una dote. Una dote passata di madre in figlia da generazioni. Per tutta la Sardegna, i femmias de meghia
erano tante, c'erano quelle che rimettevano apposto le ossa, quelle che ti facevano la medicina per i porri, quelle de s'sabba, e poi le quelle come lei, le più temute.
Venivano soprannominate nei modi più vari, frastimmadoras, femmias de fattuzu, cugurras, ma per il piccolo paese di San Vero lei era semplicemente “Tzia Disgrazia”. A volte bastava una sua sola parola per condizionare un'annata, per questo nei giorni prima del raccolto, quando la vedevano alzare gli occhi al cielo con un'espressione che diceva -mi sa che il tempo si rovina- , i contadini riparavano in chiesa. Ma per avere effetti più direzionati bisognava rivolgersi a lei, nella sua vecchia casa ammuffita dal tempo. Era in grado di togliere la gelosia che faceva piangere i bambini più belli, oppure di far capitare qualcosa di spiacevole a qualcuno: un oggetto, serviva un suo oggetto, da annerire al fuoco di una candela e alcuni bremus pronunciati sommessamente, e il gioco era fatto.

Tzia Disgrazia era certo un personaggio particolare, ma non l'unico che popolava le strade e la vita del paese di San Vero.

De Paulle su machìne este movidu
In Seneghe a fattu a passadura
A Narabuhja s'este frimmadu
e a coa sinch 'esti andadu
A Santeru su machìne est abarradu.

Un paese di matti, questa era la considerazione che i paesi vicini avevano: “Santeru sa idda 'e su disisperu”, ripetevano con ragione. Pareva che una strana, a volte goliardica isteria, traspirasse dai pori dei suoi abitanti.

San Vero Milis (OR): comune dell'alto campidano dedito all'agricoltura. 16 m. sul livello del mare; 5 borgate marine, territorio complessivo 37 km q; 2550 abitanti, 6 bar nel paese, altri 10 sparsi nella marina. Una media di un bar ogni 159,3 abitanti, compresi gli under 3 e gli over 90.
Abitanti astemi: non pervenuto.

furenti per aver piantosenza motivo, vedendo che in realtà era l'ottuagenario Tziu Frantziscu, semplicemente troppo lento nel ricaricare il fucile per dare un ritmo più allegro e veloce.A carnevale, i diciottenni festeggiavano la loro prima sbronza pubblica e consentita indossando i panni di militari pronti all'attacco e a bordo di trattori si impadronivano delle strade tirando il collo alle galline, fermando il traffico e assaltando le scuole. In quel giorno non ci poteva essere qualcuno che ragionasse. Finiva sempre così.
Infiniti poi gli aneddoti sui singoli: nessuno dimenticava quando Peppi Craba, cacciatore da avanzato tasso alcolico, festeggiò la cattura del primo cinghiale della stagione venatoria, sparando alle campane della chiesa. Per un breve periodo divenne sport nazionale, le campane suonavano alle ore più impensate e con i ritmi più festosi, anche se le vecchiette non capivano più a che ora e che funzioni si celebrassero. Don Tolu stesso, un giorno, sentendo all'ora di cena le campane suonare a morto, con il loro ritmo lento e cadenzato, infilò i paramenti in tutta fretta e ancora unto di minestra, corse in chiesa dove trovò le attitidoras
Il gioco finì solo quando si ruppe una campana e i paesani furono costretti a pagarne di nuova.

L'abitudine più stramba e pericolosa, era certo quella delle “pudazzate”. Non si sa il perché, ma da che mondo è mondo, a San Vero, i regolamenti di conto, le risse non sono mai finite a coltellate come in tutti i paesi, ma a colpi di roncola, di “pudazza”.
Forse perché il paese era di vocazione e si presentava come l'attrezzo più a portata di mano, forse perché San Vero in persona, con la sua corazza intarsiata d'oro da crociato, dall'alto dell'altare sfidava i mori invasori impugnando una falce, comunque sia anche il vecchio Tziu Frantziscu ricordava che era sempre andata così. A volte bastava anche solo un bicchiere di troppo, un'offesa, un'incomprensione affinché qualcuno restasse a terra con una pudazzata sulla testa.

Innumerevoli le volte in cui le varie amministrazioni comunali, in accordo con il pretore, emisero ordinanze che bandivano
l'uso e il possesso di ogni roncola, falce, o pudazza, per alcun utilizzo o occasione.
Chi venisse colto in fragranza di reato, pena cinque giorni di cella e settantacinque mila lire di sanzione amministrativa”.

In meno di due giorni questa, come tutte le leggi che cercano di modellare la realtà alle alle sue intenzioni, mostrava i suoi limiti: Praticamente mezzo paese finiva in cella o si paralizzava il lavoro nei campi. Subito dalle cantine partivano accese manifestazioni di agricoltori, ubriaconi, curiosi, simpatizzanti e aizzatori di ogni protesta paesana.
Il Geometra Puddu, scapolo, oppositore di professione, unico comunista del paese, attendeva veemente occasioni come queste. Uscito di casa vestito da matrimonio, giacca cravatta e fazzoletto rosso nel taschino,dinnanzi al comune prendeva parola leggendo il discorso scritto con tanta cura giorni prima:

-Questo è un attacco portato in essere dalle istituzioni, per privare i lavoratori del loro lavoro e ricondurli a condizioni alienanti di sfruttamento. Ma il popolo non cederà e si riprenderà i suoi arnesi indispensabili, necessari e determinanti per l'economia locale tutta. Ci riprenderemo le nostre falci a colpi di martello!-

Vuoi per ignoranza, vuoi perché i contadini dei martelli non sapevano che farsene, nessuno capì il discorso del geometra. Comunque, puntualmente, le ordinanze come quelle venivano revocate e si tornava alla normale vita di sempre, con i campi pieni di lavoratori, i bar stracolmi di ubriachi e i morti per roncolata.

Come la faida dei Boy-Spiga, in cui le due principali famiglie terriere di San Vero si ammazzavano a colpi di pudazza da ben quattro generazioni.
Tutto era iniziato una sera di settant'anni prima, quando tornando dai campi, Tziu Antoi Spiga, sorprese in camera la consorte, la prorompente Tzia Angelica, che allietava Salvatore Boy.
-Mi fiad fendi bì su serviziu 'e tziccaras- cercò di dire il colpevole mentre tentava di rivestirsi. Ma da buon tradizionalista, Tziu Spiga era fermamente convinto che i servizi buoni da caffè fossero fatti per restare chiusi nelle credenze, e tirato fuori il suo bel falcetto lucido lo piantò dritto nel cranio dell'usurpatore.
La questione non andò giù alla famiglia Boy, neppure alla moglie dell'ucciso, forse per la solitudine della vedovanza, o semplicemente per l'invidia di non avere anche lei un così bel servizio di tazze da caffè, e così, a distanza di decenni, continuavano a darsele a pudazzate di santa ragione.

Ora, finalmente si era capita l'inutilità di continuare a spargere quel sangue dopo settant'anni. Era giunto il momento di smetterla, di metterci una pietra sopra. Si sancì la riappacificazione del paese il giorno della festa del santo. Al termine della messa in cui il prete, in una sonnolenta omelia, aveva ribadito l'intervento in merito del santo, nell'aula consiliare del comune, tra coccarde, autorità, dolci di mandorle e litri di vino, davanti a centinaia di persone e all'emittente televisiva regionale, Michele Boy e Giacomo Spiga si scambiarono le loro pudazze in segno di amicizia e amistà.

Fu la più grande festa d che il paese ricordasse, la prima senza colpi di falce. Solo Tziu Frantziscu era uscito con la roncola sotto la giacca -'orcu mundu- aveva detto -Kenze pudazza no è festa! Porcu mundu!-
I festeggiamenti furono tra i migliori, con l'albero della cuccagna, balli in piazza e litri di vino ai tavolini, ma così tanto che Tziu Frantziscu si pisciò addosso al quinto bicchiere: segno che il vino era buono, i bagni del bar erano pieni e che la sua prostata non era più quella di una volta.
Sul palco, a intervallare la fisarmonica di Pedru, tra una mazurka e un ballu tundu furono organizzate le gare a poesia di due dei migliori cantadores del circondario: Manca e Bratzu. Tra i due correva un odio insanabile nato nello stesso modo di quello dei Boy Spiga, preferendo però darsele a colpi di rime, essendo le loro lingue affilate molto più delle pudazze. La loro estemporaneità, a volte andava avanti sino alle prime luci dell'alba. Anche quel giorno, per la gioia di tutti, fu scelto come argomento di discussione “il perdonare o meno chi ruba

Subito cominciò Manca, donnaiolo di celebrate dimensioni, così come aveva più volte testimoniato Maria Braztu

Gesusu ha perdonadu,
In sa rughe, su ladrone,
e tui non perdonas
issu pro un’anzone?

Ma senza esitazione, e rosso in volto di rancore verso il rivale e la moglie, Braztu sbottò

Est beru! Gesus in cruxi
su ladrone ha perdonadu
ma non fiat ad issu
chi aianta furadu.

Si a issu puru aiad
furadu un anzone
a stoccadas chi aiad
perdonadu su ladrone.

E via così per tutta la notte, tra sentenze storiche e letterarie, con dissertazioni sul pensiero divino che persino Don Tolu prese appunti per le omelie della settimana santa.

I giorni scivolarono tranquilli, con le solite discussioni in piazza del bar, i soliti bicchieri e gli schiammazzi dei bambini alla sera nell'inseguire il passo zoppo di Tzia Disgrazia, ma tutto più calmo, senza paure alla spalle di esser e colpiti. Ma passò poco che dall’edicola drappeggiarono i giornali locali:


--Fatalità del Destino: Falciata a morte la faida delle pudazze-
Giacomo Spiga, ferito a morte da una roncola in un banale incidente domestico
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San Vero Milis, Oristano: il corpo senza vita di Giacomo Spiga, possidente terriero locale, di anni 47, noto ai più per aver messo fine nei giorni scorsi, assieme a Michele Boy, alla triste faida che da decenni insanguinava il paese, è stato rinvenuto ieri sera presso la sua rimessa di attrezzi agricoli.
Secondo i primi accertamenti, l’uomo stava sistemando gli attrezzi dopo la giornata di lavoro, quando, ricurvo su alcuni sacchi, il tassello del muro, su cui era appesa una falce, ha ceduto andando a colpire la nuca del malcapitato. La fatalità ha voluto che la falce in questione fosse proprio quella regalatagli dal suo ex avversario come simbolo della fine degli storici rancori. A dare l’allarme e a ritrovare il corpo ormai inerte, la moglie allarmata dopo alcune ora di attesa. Sul corpo rinvenuto anche l’oggetto imputato, ancora sporco di sangue e nero di fuliggine, probabilmente sporcizia del posto.


Ma in paese le idee erano assai diverse, soprattutto ora che Michele Boy si recava a porgere le più sentite condoglianze alla vedova Spiga facendosi offrire il caffè con il servizio buono.

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