Il mare sembrava avesse perso la sua brillantezza, tanto ammirata e allietante, per far spazio ad un colorito verdastro, spento, che pregnava l’acqua dal bagnasciuga sino ad un punto a largo, dove sembrava riacquisire il suo splendido colore azzurro, seppur in una tonalità meno lucente del solito.
Intanto, nell’arenile soffocato dal forte vento di maestrale, le alghe strappate dal fondale e sbattute a riva volavano sulle barche riportate dai pescatori.
Lui se ne stava lì, tra una piccola barca a vela e un altro scafo abbandonato, a contemplare questo spettacolo splendido nella sua furia malinconica e triste come il cielo che sembrava urlare che il sole non sarebbe riapparso mai più.
Restava immobile, credendo di non riuscire a pensare, mentre le mani tenevano fermo sulla sua testa un vecchio telo incerato che inutilmente avrebbe dovuto ripararlo dalla fitta, seppur fine e silenziosa, pioggia.
Credeva e voleva di non riuscire a pensare, ma, in realtà, era sommerso da innumerevoli ricordi che si sovrapponevano a valanga. Si sentiva così lontano dal tempo.
Si strinse nelle spalle per una folata di vento che gli diede la pelle d’oca, mentre, da un foro nel telo scendevano, sul suo viso, alcune gocce di pioggia che rigavano gli zigomi accompagnando le lacrime scese da quegli occhi così spenti e fermi nell’osservare il mare.
Guardava in fondo, con uno sguardo appannato dall’acqua, verso la punta che delimitava la baia: lì enormi righi di schiuma si infrangevano sulle rocce e gli spruzzi, che volavano in aria, pareva volessero sommergere il faro che appariva dietro, in un altro costone di roccia più lontano. Era da tanto che non si vedevano onde così alte e belle: tubavano, chiudevano e rilanciavano dando al mare un ritmo veloce e sincopato, seppur orecchiabile…
Chiuse gli occhi, non sentì più nulla, non il mare, non il vento, non le rare voci in lontananza, non sentì nemmeno il freddo e la pioggia che continuavano a crescere di intensità; si distese sulla sabbia bagnata: non se ne accorse.
Non s’accorse neppure di quell’onda più lunga delle altre che gli bagnò i piedi. Ne giunsero altre così, ma lui non le dava più importanza, mentre piano piano il mare lo trascinava con se dalla riva sino a largo ormai libero della sua paura di pensare: non lo faceva più veramente.
Così il mare l’aveva salvato da quella bufera, da quello spettacolo melanconico che gli aveva reso lo sguardo immobile e spento.







perché li son cazzi!: litri e chili di acqua che ti investono come un masso, e in quei momenti ricordi di quanto è instabile e fragile la tua tavola, legata ad un finissimo leash…
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