Tempo, tanto ne era passato, tutto in lui era cambiato eppure lì, seppur il mare modelli il mondo, il posto era restato immutato: ogni cosa si ripeteva come il rompersi delle onde sulla spiaggia.
Fine agosto, 7 del mattino: l’ora migliore per compiere una camminata. Sole appena alzato, acqua- olio e nessuno in giro se non uno scafo di qualche pescatore gia indirizzato verso il largo.
Attraversò la spiaggia con passo veloce, senza dargli importanza, gli dava fastidio quella sabbia finissima nelle scarpe.
Giunse sin dove i ciottoli e gli scogli prendevano il posto all’arenile e salì per quel sentiero che costeggiava la scogliera verso sud, mentre si alzava una leggera brezza di Libeccio.
Dietro e sulla destra teneva il mare, a sinistra, tra la vegetazione di lentisco contaminata dalla sporcizia e incuranza umana, riuscì ad intravedere delle colonne di pietra: troppo squadrate per esser opera della natura e troppo imprecise per esser arte, infatti, assieme ad alcuni avvallamenti in cui il suono del vento riecheggiava, erano ciò che restava di un’antica cava d’arenaria abbandonata ormai da diverso tempo.
Quando era ragazzo camminava per quel sentiero ogni qualvolta avesse bisogno di pensare, di restare solo; ed ora, a distanza di tempo, tutto si ripeteva, tranne i pensieri adesso più pesanti..
Rifletteva sul fatto di essere solo: se fosse caduto da quella scogliera probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto …una scena del genere la sognava spesso: era come un “sogno di un curioso”, vedeva dall’esterno la sua vita dimenarsi e spegnersi lì sola mentre cercava , annaspava, realizzava e si disilludeva, ripetendosi tra se “fatti non foste…” e “tutto è niente nei loro sorrisi, non ti curar di loro guarda e passa”.
In quel momento la brezza di Libeccio girò a vento di Maestrale e lui strinse le spalle e torno sui suoi passi.
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