martedì, 18 dicembre 2007

Vaneggio del lunedì sera:

Tragedia tinta in atto unico.

-Luce
Tutto pareva così chiaro, come ogni mattina.
Bianca viveva senza ombre nel cuore, vagando radiosa tra il verde e l’azzurro. Ma un giorno giunse un’allucinazione, un qualcosa di inaspettato, che sarebbe rimasto impresso come la varechina sui colorati:
Un fuoco si accese di rosso per un tipo ombroso, scuro con particolari sfumature che lo rendevano unico. Non era certo niente di primario, si doveva trattare sicuramente di un composito, una miscela, un accostamento nuovo e poi agli occhi di lei appariva bello come disegnato da un pittore!
Quelle sfumature sembravano celare qualche segreto.
Lui colse una rosa e la porse a lei che divenne tutta rossa: da lì in poi fu tutto rose e fiori e vissero nella porpora e nell’oro (come tutti i principi azzurri ovviamente anche questo era benestante).
Un giorno, però, accadde un giallo. Già la notte prima, nel sonno, Bianca aveva avuto un oscuro preavviso: un incubo di panni in ammollo che perdevano colore nell’acqua che diventava sempre più torbida, attraversata da un fiume grigio.
La sera lui tornò dal suo lavoro sporco di terra di siena: dove era stato?! Da dove proveniva quel colore? Dal lavoro non di sicuro visto che gestiva una lavasecco.
Bisognava fare trasparenza su questa storia.
Alla sera, come si addormentò lei frugò nelle sue tasche, nel buio della stanza rischiarata solo dalla luna.
Trovò dei documenti mai visti prima. Impallidì, divenne viola rischiando di svenire.
La luce si accese di colpo.
Lui la fissò negli occhi, scurendosi in volto e perdendo sfumature, mentre molti colori caddero a terra inermi.
Bianca pregava verde speranza e sarebbe voluta scappare oltremare. Era stata illusa da una vita all’apparenza così rosea con la promessa dei fiori d’arancio.
Ora tutto appariva più chiaro, aveva scoperto il vero nome di lui, che ora si toglieva quella insulsa maschera di tinta. Continuò a ripetere quel nome anche mentre lui ormai la copriva:
Nero”.
E tutto divenne una macchia indefinibile.
-Buio.

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categoria:racconti
sabato, 15 dicembre 2007

« Dopo la parola romanticismo, la parola più abusata e sbagliata in Italia (in Italia soltanto?) è quella di umorismo. Se fossero realmente umoristi gli scrittori, i libri, i giornali battezzati con questo nome, noi non avremmo nulla da invidiare alla patria di Sterne e di Thackeray o a quella di Gian Paolo e di Heine. Non si potrebbe uscir di casa senza incontrar per la strada due o tre Cervantes e una mezza dozzina di Dickens… Vogliamo solo notare sin da principio che vi è una babilonia confusione nell’interpretazione della voce umorismo. Per il gran numero, scrittore umoristico è lo scrittore che fa ridere:il comico, il burlesco, il satirico, il grottesco, il triviale: -la caricatura, la farsa, l’epigramma, il calembour si battezzano per umorismo: come da un pezzo si costuma di chiamare romantico tutto ciò che vi è di più arcadico e sentimentale, di falso e barocco. Si confonde Paul de Kock con Dickens, e il visconte d’Arlincourt con Victor Hugo.»
Questo notava Enrico Nencioni, già fin dal 1884, in un articolo su la Nuova Antologia intitolato appunto L’Umorismo e gli Umoristi, che fece molto rumore.
Non si può dir veramente che la voce pubblica in tutto questo lasso di tempo, si sia ricreduta. Anche oggi, per il gran numero, scrittore umoristico è lo scrittore che fa ridere. Ma, ripeto, perché in Italia soltanto? Da per tutto!

Si confondono anche altrove la caricatura, la farsa bislacca, il grottesco con l’umorismo.

Il giornalismo, un certo giornalismo si è impadronito della parola, l’ha adottata e, sforzandosi di far ridere più o meno sguajatamente a ogni costo, l’ha divulgata in questo falso senso.

Da "L'Umorismo" di Luigi Pirandello

e meno male che non conosceva ancora Studio Aperto, il Bagaglino e Vacanze di Natale...

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categoria:citazioni, letteratura, il nervoso
mercoledì, 12 dicembre 2007

Non scrivi più
e non ti sento più,
so quel che fai
e un po' ho paura, sai.
Son senza sole
le strade di Rosario,
fa male al cuore
avere un figlio straordinario:
a saperti là
sono orgogliosa e sola,
ma dimenticarti...
è una parola...
bambino mio,
chicco di sale,
sei sempre stato
un po' speciale,
col tuo pallone,
nero di lividi e di botte,
e quella tosse, amore,
che non passava mai la notte;
e scamiciato, davanti al fiume ore e ore,
chiudendo gli occhi,
appeso al cuore.

O madre, madre,
che infinito, immenso cielo
sarebbe il mondo
se assomigliasse a te!
Uomini e sogni
come le tue parole,
la terra e il grano
come i capelli tuoi.

Tu sei il mio canto,
la mia memoria,
non c'è nient'altro
nella mia storia;
a volte sai,
mi sembra di sentire
la "poderosa"
accesa nel cortile:
e guardo fuori:"Fuser,
Fuser è ritornato",
e guardo fuori, e c'è solo il prato.

O madre, madre,
se sapessi che dolore!
Non è quel mondo
che mi cantavi tu:
tu guarda fuori,
tu guarda fuori sempre,
e spera sempre
di non vedermi mai;
sarò quel figlio
che ami veramente,
soltanto e solo
finché non mi vedrai.

Roberto Vecchioni, "Celia de la Serna"
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categoria:musica
sabato, 08 dicembre 2007

CALVERO: Stanca?
TESLY: Dove sono?
C: nella mia camera: due piani sopra la sua
T: come mai?
C: beh, tornando a casa ho sentito odor di gas dalla sua stanza, ho sfondato la porta, chiamatoun dottore e l’ho portata qua su.
T: doveva lasciarmi morire
C: Quanta fretta, soffre molto?
T: …
C: Questo è quello che conta, il resto è… fantasia!
     Ci son voluti milioni di anni per evolvere la coscienza umana, e adesso lei vuole cancellarla,
     distruggere il miracolo dell’esistenza, più importante di qualsiasi altra cosa nell’universo.
     Le stelle, che sanno fare? Niente! Brillano e basta
     E il sole? Che sputa fiamme alte 280 mila miglia, che fa? Sciupa inutilmente le sue risorse.
     Può ragionare il Sole? È cosciente? No, ma lei si

[…]

C: Dica un po’: è stata solo la salute a farle fare quello che ha fatto?
T: Quello e…
C: …e… altro?
T: l’estrema inutilità di ogni cosa, lo vedo anche nei fiori, lo odo nella musica. La vita è senza scopo e     senza senso.
C: Perché vuole che abbia senso?! La vita non ha senso! è Desiderio!

Il Desiderio è il tema della vita: è quello che spinge una rosa a essere una rosa, e a voler crescere così,
e una pietra a contenere se stessa così.
[…]
C: e comunque il significato di ogni cosa non è che un altro modo di esprimere la stessa cosa;
     dopo tutto una rosa è una rosa è una rosa.

[...]

T: Per cosa dovrei battermi?!
C: Vede? Lo ammette
     Per cosa dovrebbe battersi?! Per tutto!
     Per la vita stessa! Non le basta forse?!
     Per viverla, soffrirla, goderla!
     Per che cosa battersi?
     La vita è una bella magnifica cosa, anche per una medusa!
     Per che cosa dovrebbe battersi?!
     E poi lei ha un’arte, la danza!
T: Non si danza senza le gambe!!
C: Conosco un uomo senza braccia che sa suonare uno scherzo sul violino con le dita dei piedi!
     Il guaio è che lei non vuole battersi!
     Lei si è arresa! Non fa che adagiarsi sui malanni e sulla morte, ma…
      …c’è una cosa altrettanto inevitabile quanto la morte:
     ed è la VITA!! Viva, viva, viva!
     Pensi alla forza che è nell’universo, che fa muovere la terra e crescere gli alberi,
     e c’è la stessa forza dentro di lei, purché abbia il coraggio e la volontà di usarla!

Da “Luci della ribalta” di Charlie Chaplin

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categoria:citazioni, cinema, pensando
lunedì, 03 dicembre 2007

La dimostrazione della morte del Teatro.

Sarò drastico ma a mio avviso è così:
me ne sono definitivamente convinto dopo aver visto

ALDO MORO, UNA TRAGEDIA ITALIANA



di Corrado Augias e Vladimiro Polchi
scene di Gianni Silvesri
luci di Mario Loprevite
musiche di Marcello Panni
regia di Giorgio Ferrara

Con Paolo Bonaccelli.



Un giudizio? Piatto, vuoto. Ero andatto sperando che non fosse ciò che pensassi e invece era proprio come un semplice e banale documentario televisivo:
una voce narrante, brutta copia di Carlo Lucarelli di Blu Notte, didascalizzava materiali d’archivio, comunicati ufficiali delle Br.,scandite da immagini tratte da telegiornali d’epoca e dai film di Bellocchio, Ferrara e Martinelli.
Nel mentre  Bonacelli leggeva le lettere dalla prigionia di Moro, senza convinzione, solo nel finale addentrandosi nel personaggio, in modo superficiale, senza dare particolari chiavi di lettura, senza lasciar riflettere niente. Il tutto sembrava chiuso in una sorta di auto censura, senza rischio, così da prendersi i semplici ma sicuri applausi di circostanza.

No dovrebbe essere questo, si poteva puntare a ben altro: c’era così tanto materiale a disposizione, da evidenziare, da drammatizzare da denunciare da permettere di far arrivare scosse al culo degli spettatori di qualsiasi linea politica e di pensiero; c’era così tanto a disposizione da creare un rischio enorme, qualcosa di cui si sarebbe parlato per tempo, che avrebbe lasciato quel sorriso amaro sui volti, che avrebbe consentito di applaudire con foga e contemporaneamente gridare  “Vaffanculo”.
Invece niente di tutto ciò, è meglio leggere con dizione, oppure fare Sofocle e Pirandello, che i loro rischi se li presero, scuotendo masse, ma che ora seppur spesso attuali son morti da tempo…

                        Che resta del teatro “contemporaneo”?

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categoria:teatro, il nervoso