venerdì, 14 marzo 2008

La linea
vaporosa muore
al lontano cerchio del cielo

Picchi di tacchi picchi di mani
e il clarino ghirigori striduli
e il mare è cenerino
trema dolce inquieto
come un piccione

A poppa emigranti soriani ballano

A prua un giovane è solo

Di sabato sera a quest’ora
ebrei
laggiù
portano via
i loro morti
nell’imbuto di chiocciola
tentennamenti
di vicoli
di lumi

Confusa acqua
come il chiasso di poppa che odo
dentro l’ombra
del
sonno
( Giuseppe Ungaretti, dall'Allegria nell'edizione definitiva del 1931)


Bella, una poesia emblematica ricca di simboli e evocazioni nascoste, evoluzione di quella "Paesaggio d'Alessandria d'Egitto" e delle "Nebbie", poesie disperse, pubblicate su Lacerba tra il 1914 e il 1915.
Lei non nota una similarità tematica, di certo voluta, con "Salut" di Mallarmé?
Bhe certo, altra poesia bellissima, ma vorrei chiederle un parere:
Professoressa contessa Sanjust che ne pensa di "Un sogno di un curioso" di Baudelaire?
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categoria:citazioni, letteratura, università
domenica, 06 gennaio 2008

Allora certi per risolvere di essere rotti fanno come si fa in geografia, che basta dire alla maestra a chi è attaccata una nazione perché si convinca che hai capito di cosa stai parlando, e allora l’Italia confina con la Francia, la Svizzera, l’Austria, la Jugoslavia e questo basta per prendere bravissima in geografia.
[…]
è cosi la mia nazione, non confina con niente tranne l’acqua e manco la geografia ti serve più, perché non bastano i confini a dire chi sei, se per farlo ti serve avere accanto un altrove che stia fermo.
[…]
Non so se la colpa è del mare, ma di certo io gliel’ho data sempre, perché mi hanno insegnato da subito che quelli che gli hanno dato troppa confidenza non sono diventati mai vecchi. Chi sul mare ci è nato lo sa sin troppo bene che dal mare non viene solo il pesce, ma anche il lutto, il ladro e qualche volta le madonne dentro le casse di legno, così miracolose da meritare nomi di posti e di donne. A guardare il mare ci si sente più infranti, perché altra terra non se ne vede e i bambini ingenuamente credono che il mondo finisca lì, come se fosse vero. Ma non tutte le cose che hanno un limite sono anche finite, a volte sono solo interrotte e restano lì come frasi a metà, tese verso una assenza che finisce per contare più di quel che c’è.
In questo il mare somiglia a una fede, e come una fede va temuto e nascosto, e come una fede c’è più gente che va a guardarlo che a nuotarci dentro. È per questo che a pregare si va al mare, come dicono qui, non in chiesa come va bene da altre parti.
C’è una statua vicino a casa mia, con un corpo di donna e dieci volti di pietra tutti rivolti verso il mare. I turisti allocchi dicono che i volti guardano il tramonto, ma il sole tramonta dall’altra parte, e comunque io lo so che cosa fanno quelle donne di pietra: pregano, che qui si fa così, perché il mare è un tempio e chi non ha mai sentito il bisogno di invocare davanti alla sua ferita aperta non è interrotto, o non sa di esserlo.
Io sono una di quelli che lo sanno e credo che il saperlo si chiami identità, che davvero non è un dono che può stare in mano a chi si crede intero senza esserlo.

Michela Murgia.
Tratto da Cartas de Logu, scrittori sardi allo specchio.

 
Son rimasto senza parole leggendo questo libro, l’identità, il sentirsi sardo è un qualcosa molto difficile da spiegare, è un racconto fatto di silenzi rumorosi che si muovono tra sentimenti d’ombra.
È un male, un bene, un continuo bordone di ogni stato d’animo, una cantilena mentre si parla, come quella che cantava nonna per addormentarmi e che cantò prefica per il sonno di nonno.
È il risultato di una storia non detta vissuta tra isolamento, generosità e diffidenza.

 Francesco Ciusa


Il sardo
Non ha, tiene
Non ha paura, teme
Non desidera, brama
Non picchia, scuote
Non finisce, termina
Per lui le cose non si consumano ne muoiono, passano
Non capisce, comprende o intuisce
Non chiede, prega di raccontare.

 Ma è triste se si pensa che il sardo non conosce l’amore, riesce al massimo a stimare o a voler bene,
come non esiste nemmeno la felicità, nel migliore dei casi si tratta di piacere.





Tanto si preferisce il silenzio al perder tempo nel cercar parole per descrivere, anche perché nel mentre
 i giorni sono avanti e passano, le settimane vengono e i mesi entrano.
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categoria:mare, letteratura, pensando, tornando ad itaca
giovedì, 03 gennaio 2008

Lasciatemi fare a modo mio,
Altri promulghino leggi, io non voglio curarmi delle leggi,
Altri incensino gli uomini insigni e sostengano la pace, io sostengo la sommossa e il conflitto,
Non lodo nessuna eminenza, biasimo apertamente chi fu stimato il più degno.

(Chi sei? Di che ti sei reso colpevole segretamente per tutta la vita?
Ti sottrarrai tutta la vita? Tutta la vita razzolando e ciarlando?
E chi sei tu che blateri a memoria anni, pagine, lingue, ricordi,
Nemmeno oggi sapendo che non sai come pronunciare correttamente una sola parola?)

Completino gli altri gli esemplari, io non completo mai gli esemplari,
Do loro l’avvio secondo leggi che non decadono, come fa la Natura, sempre fresche e moderne.

Io non chiedo doveri,
Quelli che gli altri impongono, li do come impulsi vitali
(Darei come doveri i movimenti del cuore?)

Altri risolvano problemi, io non risolvo nulla, io sollevo domande cui non si può rispondere,
Chi sono quelli che vedo e che tocco, e che dire di loro?
Che dire di questi miei simili che mi accostano con teneri modi diretti e indiretti?

Invito la gente a diffidare dei resoconti dei miei amici, si ascoltino invece i miei nemici, come fo io,
Vi chiedo una volta per tutte di respingere chi vuole spiegarmi, perché nemmeno io posso spiegarmi,
Vi chiedo che non venga fondata su di me alcuna scuola o teoria,
Vi chiedo di lasciar liberi tutti, come io ho lasciato liberi tutti.

Dietro di me, in prospettiva!
Oh, mi rendo conto che la vita non è breve, ma enormemente lunga,
E d’ora in poi percorrerò il mondo castamente e sobriamente, uno che s’alza presto, un coltivatore giudizioso,
Ogni ora è il seme di secoli, e di secoli ancora.

Devo seguire queste continue lezioni dell’aria, dell’acqua e della terra,
Mi accorgo che non ho tempo da perdere.

(da “io e i miei”, 1881, Walt Whitman)

 
Inizia un nuovo anno, nuove prospettive, altre aspettative.
Alcune si sa già di partenza che non si raggiungeranno, ma è bene ripetersele come spinta
“puntare al massimo per ottenere almeno il minimo”
I miei capelli lunghi sono stati già tagliati, ora spetta a tutto il resto.
Cambieranno situazioni, approcci, visuali, sicuramente anch’io, ma spero in meglio
O almeno l’idea di partenza è quella

caillebotte, floor scraper, variant

 
Para mi solo recorer los caminos que tienen corazòn, cualquier camino que tenga corazòn.
Por ahì yo recorro, y la ùnica prueba que vale es atraversar todo su largo.
Y por ahì yo recorro mirando, mirando, sin aliento.

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categoria:citazioni, letteratura, sul proscenio
sabato, 15 dicembre 2007

« Dopo la parola romanticismo, la parola più abusata e sbagliata in Italia (in Italia soltanto?) è quella di umorismo. Se fossero realmente umoristi gli scrittori, i libri, i giornali battezzati con questo nome, noi non avremmo nulla da invidiare alla patria di Sterne e di Thackeray o a quella di Gian Paolo e di Heine. Non si potrebbe uscir di casa senza incontrar per la strada due o tre Cervantes e una mezza dozzina di Dickens… Vogliamo solo notare sin da principio che vi è una babilonia confusione nell’interpretazione della voce umorismo. Per il gran numero, scrittore umoristico è lo scrittore che fa ridere:il comico, il burlesco, il satirico, il grottesco, il triviale: -la caricatura, la farsa, l’epigramma, il calembour si battezzano per umorismo: come da un pezzo si costuma di chiamare romantico tutto ciò che vi è di più arcadico e sentimentale, di falso e barocco. Si confonde Paul de Kock con Dickens, e il visconte d’Arlincourt con Victor Hugo.»
Questo notava Enrico Nencioni, già fin dal 1884, in un articolo su la Nuova Antologia intitolato appunto L’Umorismo e gli Umoristi, che fece molto rumore.
Non si può dir veramente che la voce pubblica in tutto questo lasso di tempo, si sia ricreduta. Anche oggi, per il gran numero, scrittore umoristico è lo scrittore che fa ridere. Ma, ripeto, perché in Italia soltanto? Da per tutto!

Si confondono anche altrove la caricatura, la farsa bislacca, il grottesco con l’umorismo.

Il giornalismo, un certo giornalismo si è impadronito della parola, l’ha adottata e, sforzandosi di far ridere più o meno sguajatamente a ogni costo, l’ha divulgata in questo falso senso.

Da "L'Umorismo" di Luigi Pirandello

e meno male che non conosceva ancora Studio Aperto, il Bagaglino e Vacanze di Natale...

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categoria:citazioni, letteratura, il nervoso
lunedì, 26 novembre 2007
Questa, la via? questa, la casa? questo, il giardino?
          Oh vanità dei ricordi!
          Mi accorgevo bene, visitando dopo lunghi e lunghi anni il paesello ov'ero nato, dove avevo passato l'infanzia e la prima giovinezza, ch'esso, pur non essendo in nulla mutato, non era affatto quale era rimasto in me, ne' miei ricordi.
          Per sé, dunque, il mio paesello non aveva quella vita, di cui io per tanto tempo avevo creduto di vivere; quella vita che per tanto altro tempo aveva nella mia immaginazione seguitato a svolgersi in esso, ugualmente, senza di me; e i luoghi e le cose non avevano quegli aspetti che io con tanta dolcezza di affetto avevo ritenuto e custodito nella memoria.
          Non era mai stata, quella vita, se non in me. Ed ecco, al cospetto delle cose - non mutate ma diverse perché io ero diverso - quella vita mi appariva irreale, come di sogno: una mia illusione, una mia finzione d'allora.
          E vani, perciò, tutti i miei ricordi.
          Credo sia questa una delle più tristi impressioni, forse la più triste, che avvenga di provare a chi ritorni dopo molti anni nel paese natale: vedere i proprii ricordi cader nel vuoto, venir meno a uno a uno, svanire: i ricordi che cercano di rifarsi vita e non si ritrovano più nei luoghi, perché il sentimento cangiato non riesce più a dare a quei luoghi la realtà ch'essi avevano prima, non per se stessi, ma per lui.
          E provai, avvicinandomi a questo e a quello degli antichi compagni d'infanzia e di giovinezza, una segreta, indefinibile ambascia.
          Se, al cospetto d'una realtà così diversa, mi si scopriva illusione la mia vita d'allora, que' miei antichi compagni - vissuti sempre fuori e ignari della mia illusione - com'erano? chi erano?
          Ritornavo a loro da un mondo che non era mai esistito, se non nella mia vana memoria; e, facendo qualche timido accenno a quelli che per me eran ricordi lontani, avevo paura di sentirmi rispondere:
          «Ma dove mai? ma quando mai?»
          Perché, se pure a quei miei antichi compagni, come a tutti, l'infanzia si rappresentava con la soave poesia della lontananza, questa poesia certamente non aveva potuto mai prendere nell'anima loro quella consistenza che aveva preso nella mia, avendo essi di continuo sotto gli occhi il paragone della realtà misera, angusta, monotona, non diversa per loro, come diversa appariva a me adesso.
Luigi Pirandello, da " I nostri ricordi"


Salvador Dalì, La persistenza della Memoria, 1931
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categoria:letteratura
martedì, 20 novembre 2007
Si sta come, d'autunno, sugli alberi, le foglie. Se non esplicito il titolo il senso cambia.
Non son soldato, non son passato,
Il dolore più grande di una guerra è la malinconia, la nostalgia, l'attesa di una fine che non arriva.
Non son soldato, non son passato,
Chiedersi il motivo non porta a niente, andare a vanti e sulla propria strada.
Non son soldato, non son passato.
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categoria:letteratura, università, sul proscenio
giovedì, 08 novembre 2007
Di che cosa soffri?
Dell'irreale intatto dentro il reale devastato
René Char
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categoria:citazioni, letteratura
martedì, 06 novembre 2007

Io proprio non so quale impressione vi abbiano fatto, ateniesi, le parole dei miei accusatori; quanto a me, credevo di non essere più io, tanto quei loro discorsi mi parvero persuasivi; e il bello è che non c'era una parola che rispondesse al vero. Ma fra tutte le loro menzogne una sola, soprattutto, mi ha stupito, cioè quella che voi dovete stare in guardia e non lasciarvi ingannare da me che sarei un abile parlatore.

E il fatto che costoro non si siano vergognati pensando che io, presto, li avrei smentiti dimostrando di non essere affatto quell'abile parlatore che essi sostenevano, mi è parsa la loro più grande impudenza, a meno che costoro non chiamino buon oratore chi dice la verità, nel qual caso, io stesso devo convenire di essere tale, ma non nel senso che dicono loro.

In ogni caso, ripeto, costoro non hanno detto nulla, o quasi, di vero; da me, invece, voi udrete tutta la verità. Oh, non certo, cittadini, con discorsi ricercati, come han fatto costoro, abbelliti da frasi e termini raffinati, ma con parole alla buona, come mi vengono, perché io so che quello che dico è giusto: non vi aspettate altro da me.

E, d'altronde, sarebbe indecoroso, alla mia età, venirvi a raccontare fandonie, proprio a voi, come un ragazzino. Io, però, vi chiedo una cosa e vi prego di concedermela: se nella mia difesa mi udrete parlare al mio solito, come facevo in piazza, presso i banchi dei cambiavalute o altrove, dove molti di voi si fermavano ad ascoltarmi, non vi scandalizzate, vi prego, e non protestate per questo.

Il fatto è che, a settant'anni, questa è la prima volta che entro in un tribunale e, così, sono del tutto inesperto del linguaggio forense. Del resto, io penso che voi mi perdonereste se fossi straniero e parlassi in quel dialetto e con quell'accento in cui fossi stato allevato; e, dunque, mi sembra giusto chiedervi di non badare allo stile del mio discorso, bello o brutto che sia. Quel che importa è che voi facciate attenzione se io dico cose giuste o meno perché questa è, in fin dei conti, la virtù del giudice, mentre quella dell'oratore è di dire la verità.

XXI
E, allora, credete che per tutti questi anni, io avrei potuto scamparla se mi fossi messo in politica e, da uomo onesto, avessi preso le difese della giustizia e, come è doveroso, l'avessi posta al di sopra di tutto? Certamente no, ateniesi, né io né nessun altro. Se per tutta la vita, in ogni mia azione, pubblicamente, mi sono comportato così, in privato, del resto, è stato lo stesso e mai ho fatto una qualche concessione contro giustizia, a nessuno, nemmeno ai miei discepoli, come li chiamano i miei calunniatori. E maestro, poi, per la verità, non lo sono mai stato di nessuno; solo che non ho mai impedito a nessuno, giovane o vecchio, di ascoltarmi, se lo voleva, quando parlavo o attendevo al mio compito perché io non sono di quelli che parlano quando li pagano e se no stanno zitti, ma mi offro egualmente al ricco e al povero perché possano interrogarmi e ascoltarmi e rispondere alle mie domande. Se poi qualcuno di questi tragga buon profitto o meno, non è a me che si deve imputare la responsabilità perché io non ho mai promesso di insegnare nulla a nessuno e se c'è chi afferma di aver udito o appreso da me, in privato, cose che anche tutti gli altri non abbiano potuto apprendere o udire, ebbene, sappiate che costui è un mentitore.


XXVIII
Qualcuno potrebbe dirmi: «Ma, Socrate, una volta in esilio, non potresti startene zitto e quieto?» Ma è proprio questa, invece, la cosa più difficile da far comprendere a qualcuno di voi, perché se vi dicessi che questo sarebbe un disubbidire a dio e che, quindi, non è possibile che io me ne viva tranquillo, voi, di certo, non mi credereste e pensereste che io lo dica, così, per finta. Se poi vi dicessi che il più gran bene, per un uomo, sta nell'indagare continuamente sulla virtù e sulle altre questioni di cui mi avete sentito discutere, quando sottoponevo ad esame me stesso e gli altri, se vi dicessi che la vita non è degna di essere vissuta, senza questa indagine, voi mi credereste ancor meno. Così stanno le cose, cittadini, come ve le ho riferite, ma non è facile farvi persuasi.

XXXIII
Anche voi, giudici, dovete, quindi, sperare nella morte e pensare a una cosa sola, che cioè all'uomo buono non può toccare alcun male né in vita né dopo morto e che gli dei non dimenticano le sue azioni; anche quello che ora è toccato a me, non è accaduto per caso ed è chiaro che la cosa migliore per me è morire e liberarmi, così, da tante brighe.

Ecco il motivo per cui la voce di dio non mi ha interdetto e perché io, contro i miei accusatori, contro quelli che mi hanno condannato, non ho alcun rancore, sebbene essi mi abbiano accusato e condannato non con questa intenzione, ma per farmi del male: in questo sono da biasimare.

Tuttavia io li voglio pregare di una cosa: quando i miei figli saranno cresciuti, puniteli, cittadini, stategli dietro come io facevo con voi, se vedrete che si preoccupano più delle ricchezze o degli altri beni materiali che della virtù e se si crederanno di valere qualcosa senza valer poi nulla, rimproverateli, come io rimproveravo voi, per ciò che non curano e che, invece, dovrebbero curare, se credono di essere «grandi uomini» e poi non sono niente.

Se farete questo, io e i miei figli avremo avuto da voi ciò che è giusto.

Ma è giunta, ormai, l'ora di andare, io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada a miglior sorte, nessuno lo sa, tranne dio.

Dall' Apologia di Socrate,
pensando ad Enzo Biaggi (1920-2007)

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categoria:citazioni, letteratura, pensando, il nervoso