Allora certi per risolvere di essere rotti fanno come si fa in geografia, che basta dire alla maestra a chi è attaccata una nazione perché si convinca che hai capito di cosa stai parlando, e allora l’Italia confina con la Francia, la Svizzera, l’Austria, la Jugoslavia e questo basta per prendere bravissima in geografia.
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è cosi la mia nazione, non confina con niente tranne l’acqua e manco la geografia ti serve più, perché non bastano i confini a dire chi sei, se per farlo ti serve avere accanto un altrove che stia fermo.
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Non so se la colpa è del mare, ma di certo io gliel’ho data sempre, perché mi hanno insegnato da subito che quelli che gli hanno dato troppa confidenza non sono diventati mai vecchi. Chi sul mare ci è nato lo sa sin troppo bene che dal mare non viene solo il pesce, ma anche il lutto, il ladro e qualche volta le madonne dentro le casse di legno, così miracolose da meritare nomi di posti e di donne. A guardare il mare ci si sente più infranti, perché altra terra non se ne vede e i bambini ingenuamente credono che il mondo finisca lì, come se fosse vero. Ma non tutte le cose che hanno un limite sono anche finite, a volte sono solo interrotte e restano lì come frasi a metà, tese verso una assenza che finisce per contare più di quel che c’è.
In questo il mare somiglia a una fede, e come una fede va temuto e nascosto, e come una fede c’è più gente che va a guardarlo che a nuotarci dentro. È per questo che a pregare si va al mare, come dicono qui, non in chiesa come va bene da altre parti.
C’è una statua vicino a casa mia, con un corpo di donna e dieci volti di pietra tutti rivolti verso il mare. I turisti allocchi dicono che i volti guardano il tramonto, ma il sole tramonta dall’altra parte, e comunque io lo so che cosa fanno quelle donne di pietra: pregano, che qui si fa così, perché il mare è un tempio e chi non ha mai sentito il bisogno di invocare davanti alla sua ferita aperta non è interrotto, o non sa di esserlo.
Io sono una di quelli che lo sanno e credo che il saperlo si chiami identità, che davvero non è un dono che può stare in mano a chi si crede intero senza esserlo.
Michela Murgia.
Tratto da Cartas de Logu, scrittori sardi allo specchio.
Son rimasto senza parole leggendo questo libro, l’identità, il sentirsi sardo è un qualcosa molto difficile da spiegare, è un racconto fatto di silenzi rumorosi che si muovono tra sentimenti d’ombra.
È un male, un bene, un continuo bordone di ogni stato d’animo, una cantilena mentre si parla, come quella che cantava nonna per addormentarmi e che cantò prefica per il sonno di nonno.
È il risultato di una storia non detta vissuta tra isolamento, generosità e diffidenza.

Il sardo
Non ha, tiene
Non ha paura, teme
Non desidera, brama
Non picchia, scuote
Non finisce, termina
Per lui le cose non si consumano ne muoiono, passano
Non capisce, comprende o intuisce
Non chiede, prega di raccontare.
Ma è triste se si pensa che il sardo non conosce l’amore, riesce al massimo a stimare o a voler bene,
come non esiste nemmeno la felicità, nel migliore dei casi si tratta di piacere.
Tanto si preferisce il silenzio al perder tempo nel cercar parole per descrivere, anche perché nel mentre
i giorni sono avanti e passano, le settimane vengono e i mesi entrano.