venerdì, 02 maggio 2008

sedieScrivo aspettando che la mia richiesta di cittadino apolide venga accettata.
Temo di diventare un desaparecido. In questi giorni il Ministero della propaganda c’è andato giù pesante.
L’Italia ha dimostrato quanto vale, quanto pensa,quanto si merita:

PANEM ET CIRCENSES.

Solo i migliori in piazza dei cento mila:
Berlusconi, Amici di Maria, e prossimamente il Pontefice, neo ministro alla famiglia, all’identità e alla conservazione del vecchio.
Il rosso è stato abolito e con esso tutti i colori accesi: solo l’azzurro ha diritto. In conseguenza tutti i colori devono essere più tenui: a simboleggiare l’amore, ad esempio, ci sarà un Beigiolino chiaro (il massimo che ci si possa permettere)

 I campioni non ci sono più, vagano senza testa nella ricerca di qualcuno che si occupi di loro, gli occhi pieni di lacrime di solitudine cercano un abbraccio e comprensione, ma tutti ormai dicono che sono loro che sono persi.
Guarda Nené, Claudio Olinto de Carvalho
la vita è bella perché non è variata: è gustosa, fragrante e croccante

 e come la voce di dentro di De Filippo non ho capito.

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categoria:citazioni, teatro, pensando, il nervoso, il ritorno del medioevo
mercoledì, 27 febbraio 2008

In principio era la natura, la madre, la “Tellus Mater”. Da lei nacquero tutti gli animali compreso l’uomo. Fisiologicamente, infatti, egli è tale, ed è il più debole tra gli animali: quello privo di istinto e intuito, mezzi di comunicazione privilegiati tra la natura e i suoi figli.
L’uomo li ha svenduti per la ragione.
Morse una mela, un frutto di conoscenza: in quell’istante capì di non sapere e fu spinto alla conoscenza, distaccandosi dalla natura.
Voleva essere creatore, non solo creatura. Capire, non essere capito, voleva essere “padre” di se stesso.
Comprese che la conoscenza assoluta era inarrivabile, per cui, per limitare il suo desiderio, si pose un vincolo limitando il suo respiro, ferendosi e togliendosi una costola:
da cui plasmò Dio.

...Nel poco tempo inseguo un sogno come può fare un curioso...

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categoria:racconti, pensando
domenica, 06 gennaio 2008

Allora certi per risolvere di essere rotti fanno come si fa in geografia, che basta dire alla maestra a chi è attaccata una nazione perché si convinca che hai capito di cosa stai parlando, e allora l’Italia confina con la Francia, la Svizzera, l’Austria, la Jugoslavia e questo basta per prendere bravissima in geografia.
[…]
è cosi la mia nazione, non confina con niente tranne l’acqua e manco la geografia ti serve più, perché non bastano i confini a dire chi sei, se per farlo ti serve avere accanto un altrove che stia fermo.
[…]
Non so se la colpa è del mare, ma di certo io gliel’ho data sempre, perché mi hanno insegnato da subito che quelli che gli hanno dato troppa confidenza non sono diventati mai vecchi. Chi sul mare ci è nato lo sa sin troppo bene che dal mare non viene solo il pesce, ma anche il lutto, il ladro e qualche volta le madonne dentro le casse di legno, così miracolose da meritare nomi di posti e di donne. A guardare il mare ci si sente più infranti, perché altra terra non se ne vede e i bambini ingenuamente credono che il mondo finisca lì, come se fosse vero. Ma non tutte le cose che hanno un limite sono anche finite, a volte sono solo interrotte e restano lì come frasi a metà, tese verso una assenza che finisce per contare più di quel che c’è.
In questo il mare somiglia a una fede, e come una fede va temuto e nascosto, e come una fede c’è più gente che va a guardarlo che a nuotarci dentro. È per questo che a pregare si va al mare, come dicono qui, non in chiesa come va bene da altre parti.
C’è una statua vicino a casa mia, con un corpo di donna e dieci volti di pietra tutti rivolti verso il mare. I turisti allocchi dicono che i volti guardano il tramonto, ma il sole tramonta dall’altra parte, e comunque io lo so che cosa fanno quelle donne di pietra: pregano, che qui si fa così, perché il mare è un tempio e chi non ha mai sentito il bisogno di invocare davanti alla sua ferita aperta non è interrotto, o non sa di esserlo.
Io sono una di quelli che lo sanno e credo che il saperlo si chiami identità, che davvero non è un dono che può stare in mano a chi si crede intero senza esserlo.

Michela Murgia.
Tratto da Cartas de Logu, scrittori sardi allo specchio.

 
Son rimasto senza parole leggendo questo libro, l’identità, il sentirsi sardo è un qualcosa molto difficile da spiegare, è un racconto fatto di silenzi rumorosi che si muovono tra sentimenti d’ombra.
È un male, un bene, un continuo bordone di ogni stato d’animo, una cantilena mentre si parla, come quella che cantava nonna per addormentarmi e che cantò prefica per il sonno di nonno.
È il risultato di una storia non detta vissuta tra isolamento, generosità e diffidenza.

 Francesco Ciusa


Il sardo
Non ha, tiene
Non ha paura, teme
Non desidera, brama
Non picchia, scuote
Non finisce, termina
Per lui le cose non si consumano ne muoiono, passano
Non capisce, comprende o intuisce
Non chiede, prega di raccontare.

 Ma è triste se si pensa che il sardo non conosce l’amore, riesce al massimo a stimare o a voler bene,
come non esiste nemmeno la felicità, nel migliore dei casi si tratta di piacere.





Tanto si preferisce il silenzio al perder tempo nel cercar parole per descrivere, anche perché nel mentre
 i giorni sono avanti e passano, le settimane vengono e i mesi entrano.
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categoria:mare, letteratura, pensando, tornando ad itaca
sabato, 08 dicembre 2007

CALVERO: Stanca?
TESLY: Dove sono?
C: nella mia camera: due piani sopra la sua
T: come mai?
C: beh, tornando a casa ho sentito odor di gas dalla sua stanza, ho sfondato la porta, chiamatoun dottore e l’ho portata qua su.
T: doveva lasciarmi morire
C: Quanta fretta, soffre molto?
T: …
C: Questo è quello che conta, il resto è… fantasia!
     Ci son voluti milioni di anni per evolvere la coscienza umana, e adesso lei vuole cancellarla,
     distruggere il miracolo dell’esistenza, più importante di qualsiasi altra cosa nell’universo.
     Le stelle, che sanno fare? Niente! Brillano e basta
     E il sole? Che sputa fiamme alte 280 mila miglia, che fa? Sciupa inutilmente le sue risorse.
     Può ragionare il Sole? È cosciente? No, ma lei si

[…]

C: Dica un po’: è stata solo la salute a farle fare quello che ha fatto?
T: Quello e…
C: …e… altro?
T: l’estrema inutilità di ogni cosa, lo vedo anche nei fiori, lo odo nella musica. La vita è senza scopo e     senza senso.
C: Perché vuole che abbia senso?! La vita non ha senso! è Desiderio!

Il Desiderio è il tema della vita: è quello che spinge una rosa a essere una rosa, e a voler crescere così,
e una pietra a contenere se stessa così.
[…]
C: e comunque il significato di ogni cosa non è che un altro modo di esprimere la stessa cosa;
     dopo tutto una rosa è una rosa è una rosa.

[...]

T: Per cosa dovrei battermi?!
C: Vede? Lo ammette
     Per cosa dovrebbe battersi?! Per tutto!
     Per la vita stessa! Non le basta forse?!
     Per viverla, soffrirla, goderla!
     Per che cosa battersi?
     La vita è una bella magnifica cosa, anche per una medusa!
     Per che cosa dovrebbe battersi?!
     E poi lei ha un’arte, la danza!
T: Non si danza senza le gambe!!
C: Conosco un uomo senza braccia che sa suonare uno scherzo sul violino con le dita dei piedi!
     Il guaio è che lei non vuole battersi!
     Lei si è arresa! Non fa che adagiarsi sui malanni e sulla morte, ma…
      …c’è una cosa altrettanto inevitabile quanto la morte:
     ed è la VITA!! Viva, viva, viva!
     Pensi alla forza che è nell’universo, che fa muovere la terra e crescere gli alberi,
     e c’è la stessa forza dentro di lei, purché abbia il coraggio e la volontà di usarla!

Da “Luci della ribalta” di Charlie Chaplin

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categoria:citazioni, cinema, pensando
martedì, 06 novembre 2007

Io proprio non so quale impressione vi abbiano fatto, ateniesi, le parole dei miei accusatori; quanto a me, credevo di non essere più io, tanto quei loro discorsi mi parvero persuasivi; e il bello è che non c'era una parola che rispondesse al vero. Ma fra tutte le loro menzogne una sola, soprattutto, mi ha stupito, cioè quella che voi dovete stare in guardia e non lasciarvi ingannare da me che sarei un abile parlatore.

E il fatto che costoro non si siano vergognati pensando che io, presto, li avrei smentiti dimostrando di non essere affatto quell'abile parlatore che essi sostenevano, mi è parsa la loro più grande impudenza, a meno che costoro non chiamino buon oratore chi dice la verità, nel qual caso, io stesso devo convenire di essere tale, ma non nel senso che dicono loro.

In ogni caso, ripeto, costoro non hanno detto nulla, o quasi, di vero; da me, invece, voi udrete tutta la verità. Oh, non certo, cittadini, con discorsi ricercati, come han fatto costoro, abbelliti da frasi e termini raffinati, ma con parole alla buona, come mi vengono, perché io so che quello che dico è giusto: non vi aspettate altro da me.

E, d'altronde, sarebbe indecoroso, alla mia età, venirvi a raccontare fandonie, proprio a voi, come un ragazzino. Io, però, vi chiedo una cosa e vi prego di concedermela: se nella mia difesa mi udrete parlare al mio solito, come facevo in piazza, presso i banchi dei cambiavalute o altrove, dove molti di voi si fermavano ad ascoltarmi, non vi scandalizzate, vi prego, e non protestate per questo.

Il fatto è che, a settant'anni, questa è la prima volta che entro in un tribunale e, così, sono del tutto inesperto del linguaggio forense. Del resto, io penso che voi mi perdonereste se fossi straniero e parlassi in quel dialetto e con quell'accento in cui fossi stato allevato; e, dunque, mi sembra giusto chiedervi di non badare allo stile del mio discorso, bello o brutto che sia. Quel che importa è che voi facciate attenzione se io dico cose giuste o meno perché questa è, in fin dei conti, la virtù del giudice, mentre quella dell'oratore è di dire la verità.

XXI
E, allora, credete che per tutti questi anni, io avrei potuto scamparla se mi fossi messo in politica e, da uomo onesto, avessi preso le difese della giustizia e, come è doveroso, l'avessi posta al di sopra di tutto? Certamente no, ateniesi, né io né nessun altro. Se per tutta la vita, in ogni mia azione, pubblicamente, mi sono comportato così, in privato, del resto, è stato lo stesso e mai ho fatto una qualche concessione contro giustizia, a nessuno, nemmeno ai miei discepoli, come li chiamano i miei calunniatori. E maestro, poi, per la verità, non lo sono mai stato di nessuno; solo che non ho mai impedito a nessuno, giovane o vecchio, di ascoltarmi, se lo voleva, quando parlavo o attendevo al mio compito perché io non sono di quelli che parlano quando li pagano e se no stanno zitti, ma mi offro egualmente al ricco e al povero perché possano interrogarmi e ascoltarmi e rispondere alle mie domande. Se poi qualcuno di questi tragga buon profitto o meno, non è a me che si deve imputare la responsabilità perché io non ho mai promesso di insegnare nulla a nessuno e se c'è chi afferma di aver udito o appreso da me, in privato, cose che anche tutti gli altri non abbiano potuto apprendere o udire, ebbene, sappiate che costui è un mentitore.


XXVIII
Qualcuno potrebbe dirmi: «Ma, Socrate, una volta in esilio, non potresti startene zitto e quieto?» Ma è proprio questa, invece, la cosa più difficile da far comprendere a qualcuno di voi, perché se vi dicessi che questo sarebbe un disubbidire a dio e che, quindi, non è possibile che io me ne viva tranquillo, voi, di certo, non mi credereste e pensereste che io lo dica, così, per finta. Se poi vi dicessi che il più gran bene, per un uomo, sta nell'indagare continuamente sulla virtù e sulle altre questioni di cui mi avete sentito discutere, quando sottoponevo ad esame me stesso e gli altri, se vi dicessi che la vita non è degna di essere vissuta, senza questa indagine, voi mi credereste ancor meno. Così stanno le cose, cittadini, come ve le ho riferite, ma non è facile farvi persuasi.

XXXIII
Anche voi, giudici, dovete, quindi, sperare nella morte e pensare a una cosa sola, che cioè all'uomo buono non può toccare alcun male né in vita né dopo morto e che gli dei non dimenticano le sue azioni; anche quello che ora è toccato a me, non è accaduto per caso ed è chiaro che la cosa migliore per me è morire e liberarmi, così, da tante brighe.

Ecco il motivo per cui la voce di dio non mi ha interdetto e perché io, contro i miei accusatori, contro quelli che mi hanno condannato, non ho alcun rancore, sebbene essi mi abbiano accusato e condannato non con questa intenzione, ma per farmi del male: in questo sono da biasimare.

Tuttavia io li voglio pregare di una cosa: quando i miei figli saranno cresciuti, puniteli, cittadini, stategli dietro come io facevo con voi, se vedrete che si preoccupano più delle ricchezze o degli altri beni materiali che della virtù e se si crederanno di valere qualcosa senza valer poi nulla, rimproverateli, come io rimproveravo voi, per ciò che non curano e che, invece, dovrebbero curare, se credono di essere «grandi uomini» e poi non sono niente.

Se farete questo, io e i miei figli avremo avuto da voi ciò che è giusto.

Ma è giunta, ormai, l'ora di andare, io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada a miglior sorte, nessuno lo sa, tranne dio.

Dall' Apologia di Socrate,
pensando ad Enzo Biaggi (1920-2007)

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categoria:citazioni, letteratura, pensando, il nervoso
sabato, 03 novembre 2007
se non sai da dove vieni
non saprai che strada stai percorrendo e dove stai andano,
ma se guardi troppo indietro
non riuscirai a guardare avanti
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categoria:pensando
venerdì, 05 ottobre 2007

Ho sonno seduto sul molo,

Dormirò,

tanto stanotte la nave non giungerà.

Lo so che è tardi per guardare il mare

ed è presto per vederlo albeggiare:

Che strana idea aspettare chi non è mai partito,

sconosciuti che non mi hanno mai visto:

Patetico!

Eppure scorre e dondola,

calmo e quiete, e niente

mi ferma dal chiudere gli occhi;

tanto son certo del mio divagare

 che non porterà con se nulla,

Come un grido senza voce

di sorda confusione.

 

“Non c’è due senza tre”

Lo sapeva bene anche Cristo:

cadde ben tre volte, e ogni volta si rialzava,

affianco la Veronica, benevola, che stampava sangue e lacrime

su tela, di quella smorfia di dolore trattenuto.

Pirandello era ateo ma credeva che Dio

Fosse l’Umanità stessa, nel senso più profondo

 

Io so soltanto che ho visto croci, mani chiuse a pugno

Aperte solo con la forza dei chiodi a trapasso,

punte di lance che restano tra due costole

ferendo il respiro, e ogni tanto, le notti,

mi sento anch’io figlio di un Cristo.

 

 

Apparso all’improvviso nel vuoto della notte del traffico mi chiese se volevo sapere il futuro,

spaventato ho risposto di no, mi disse che avrei saputo qualcosa di positivo:

Compassione da spingere a mentire? O forse sa benissimo anche lui, che al giorno d’oggi ci sono troppe variabili per ciò che sarà il futuro perché possa bastare una linea tracciata alla nascita sul palmo della mano destra: quella per giurare.

"Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi
solo i sogni che non fanno svegliare".

"Sì. Vostro Onore, ma li voglio più grandi."

"C'è lì un posto, lo ha lasciato tuo padre.
Non dovrai che restare sul ponte
e guardare le altre navi passare
le più piccole dirigile al fiume
e più grandi sanno già dove andare."

Così son diventato mio padre
ucciso in un sogno precedente
il tribunale mi ha dato fiducia
assoluzione e delitto lo stesso movente.

E ora Berto, figlio della Lavandaia,
compagno di scuola, preferisce imparare
a contare sulle antenne dei grilli
non usa mai bolle di sapone per giocare;
seppelliva sua madre in un cimitero di lavatrici
avvolta in un lenzuolo quasi come gli eroi;
si fermò un attimo per suggerire a Dio
di continuare a farsi i fatti suoi
e scappò via con la paura di arrugginire
il giornale di ieri lo dà morto arrugginito,
i becchini ne raccolgono spesso
fra la gente che si lascia piovere addosso.

Ho investito il denaro e gli affetti
banca e famiglia danno rendite sicure,
con mia moglie si discute l'amore
ci sono distanze, non ci sono paure,
ma ogni notte lei mi si arrende più tardi
vengono uomini, ce n'è uno più magro,
ha una valigia e due passaporti,
lei ha gli occhi di una donna che pago.

Commissario io ti pago per questo,
lei ha gli occhi di una donna che è mia,
l'uomo magro ha le mani occupate,
una valigia di ciondoli, un foglio di via.

Non ha più la faccia del suo primo hashish
è il mio ultimo figlio, il meno voluto,
ha pochi stracci dove inciampare
non gli importa d'alzarsi, neppure quando è caduto:
e i miei alibi prendono fuoco
il Guttuso ancora da autenticare
adesso le fiamme mi avvolgono il letto
questi i sogni che non fanno svegliare.

Vostro Onore, sei un figlio di troia,
mi sveglio ancora e mi sveglio sudato,
ora aspettami fuori dal sogno
ci vedremo davvero,
io ricomincio da capo.

Fabrizio De André, La canzone del padre

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categoria:musica, pensando, sul proscenio
lunedì, 03 settembre 2007

Penso che mi farebbe comodo avere un’altra mente e un altro cuore.
Chi me li cambia?
Data l’intenzione, in cui mi vado sempre più raffermando, di rimanere uno spettatore impassibile, questa mente, questo cuore mi servono male. Ho ragione di credere (e gia più d’una volta me ne sono compiaciuto) che la realtà ch’io do agli altri corrisponda perfettamente a quella che questi altri danno a se medesimi, perché m’industrio di sentirli in me com’essi per sé si sentono, di volerli per me com’essi per sé si vogliono: una realtà, dunque, al tutto “disinteressata”. Ma vedo intanto che, senza volerlo, mi lascio prendere da questa realtà, la quale, così com’è, mi dovrebbe restar fuori: materia, a cui do forma, non per me, ma per se stessa; da contemplare.
Senza dubbio, c’è un inganno sotto, un beffardo inganno in tutto questo. Mi vedo preso. Tanto che non riesco più neanche a sorridere, se accanto o sotto a una complicazione di casi o di passioni, che si fa a mano a mano più aspra e forte, vedo scappar fuori qualche altro caso o qualche altra passione, che mi potrebbero esilarar lo spirito.

 

Per causa vostra che pur siete tanto pietosa! Ma appunto perché siete così pietosa. Non ve lo posso dire, non ve lo posso far capire. Non vorrei dirmelo, non vorrei capirlo neanche io.
Ma no, io non sono più una cosa, e questo mio silenzio non è più silenzio di cosa. Volevo farlo avvertire agli altri, questo silenzio, ma ora lo soffro io, tanto!
Séguito, pur non di meno, ad accogliervi dentro tutti. Sento però che ora mi fanno male tutti quelli che vi entrano, come in un luogo di sicura ospitalità. Il mio silenzio vorrebbe chiudersi sempre più attorno a me.

 

-Evadere, signor Fabrizio, evadere; sfuggire al dramma! È una bella cosa, e anche di moda, le ripeto. E- va- po- rar- si in dilatazioni, diciamo così, liriche, che sopra le necessità brutali della vita, a contrattempo e fuori luogo e senza logica; sù, un gradino più sù di ogni realtà che accenni a precisarsi piccola e cruda davanti agli occhi. Imitare, insomma, gli uccellini in gabbia, signor Fabrizio, che fanno sì, qua e là, saltellando, le loro porcheriole, ma poi ci svolazzano sopra: ecco, prosa e poesia; è di moda. Appena le cose si mettono male, appena due, poniamo, vengono alle mani o ai coltelli, via, sù, guardare in sù, che tempo fa, le rondini che volano, o magari i pipistrelli, se qualche nuvola passa; in che fase è la luna e se le stelle pajono d’oro o d’argento. Si passa per originali e si fa la figura di comprendere più vastamente la vita.
Cavalena mi guarda con tanto d’occhi: forse gli sembro impazzito.
-Eh,- poi dice. – Poterlo fare!
- Facilissimo, signor Fabrizio! Che ci vuole?Appena un dramma le si delinea davanti, appena le cose accennano di prendere un po’ di consistenza e stanno per balzarle davanti solide, concrete, minacciose, cavi fuori da lei il pazzo, il poeta crucciato, armato di una polpettina aspirante; si metta a pompare dalla prosa di quella realtà meschina, volgare, un po’ d’amara poesia, ed ecco fatto!
-Ma il cuore?- mi domanda Cavalena.
-Che cuore?
-Perdio, il cuore! Non bisognerebbe averne!
-Ma che cuore, signor Fabrizio! Niente. Sciocchezze. Che vuole che importi al mio cuore se Tizio piange o se Cajo si sposa, se Sempronio ammazza Filano, e via dicendo? Io evado, sfuggo al dramma, mi dilato, ecco, mi dilato!
Dilata invece sempre più gli occhi il povero Cavalena. Io sorgo in piedi e gli dico per concludere:
-Insomma, alla sua costernazione e a quella della sua figliuola, signor Fabrizio, io rispondo così: che non voglio più saperne di nulla; mi sono seccato di tutto, e vorrei mandare a gambe in aria ogni cosa. Signor Fabrizio, lo dica alla sua figliuola: io faccio l’operatore, ecco!
                        E me ne vado alla Kosmograph.

Frammenti di "Quaderni di Serafino Gubbio Operatore", Luigi Pirandello, 1913


Questo è stato il libro che ho letto più volte quest'estate e un po' mi son comportato come "Si gira"...
Io però me ne vado a Cagliari...

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categoria:racconti, letteratura, pensando, tornando ad itaca