Io proprio non so quale impressione vi abbiano fatto, ateniesi, le parole dei miei accusatori; quanto a me, credevo di non essere più io, tanto quei loro discorsi mi parvero persuasivi; e il bello è che non c'era una parola che rispondesse al vero. Ma fra tutte le loro menzogne una sola, soprattutto, mi ha stupito, cioè quella che voi dovete stare in guardia e non lasciarvi ingannare da me che sarei un abile parlatore.
E il fatto che costoro non si siano vergognati pensando che io, presto, li avrei smentiti dimostrando di non essere affatto quell'abile parlatore che essi sostenevano, mi è parsa la loro più grande impudenza, a meno che costoro non chiamino buon oratore chi dice la verità, nel qual caso, io stesso devo convenire di essere tale, ma non nel senso che dicono loro.
In ogni caso, ripeto, costoro non hanno detto nulla, o quasi, di vero; da me, invece, voi udrete tutta la verità. Oh, non certo, cittadini, con discorsi ricercati, come han fatto costoro, abbelliti da frasi e termini raffinati, ma con parole alla buona, come mi vengono, perché io so che quello che dico è giusto: non vi aspettate altro da me.
E, d'altronde, sarebbe indecoroso, alla mia età, venirvi a raccontare fandonie, proprio a voi, come un ragazzino. Io, però, vi chiedo una cosa e vi prego di concedermela: se nella mia difesa mi udrete parlare al mio solito, come facevo in piazza, presso i banchi dei cambiavalute o altrove, dove molti di voi si fermavano ad ascoltarmi, non vi scandalizzate, vi prego, e non protestate per questo.
Il fatto è che, a settant'anni, questa è la prima volta che entro in un tribunale e, così, sono del tutto inesperto del linguaggio forense. Del resto, io penso che voi mi perdonereste se fossi straniero e parlassi in quel dialetto e con quell'accento in cui fossi stato allevato; e, dunque, mi sembra giusto chiedervi di non badare allo stile del mio discorso, bello o brutto che sia. Quel che importa è che voi facciate attenzione se io dico cose giuste o meno perché questa è, in fin dei conti, la virtù del giudice, mentre quella dell'oratore è di dire la verità.
XXI
E, allora, credete che per tutti questi anni, io avrei potuto scamparla se mi fossi messo in politica e, da uomo onesto, avessi preso le difese della giustizia e, come è doveroso, l'avessi posta al di sopra di tutto? Certamente no, ateniesi, né io né nessun altro. Se per tutta la vita, in ogni mia azione, pubblicamente, mi sono comportato così, in privato, del resto, è stato lo stesso e mai ho fatto una qualche concessione contro giustizia, a nessuno, nemmeno ai miei discepoli, come li chiamano i miei calunniatori. E maestro, poi, per la verità, non lo sono mai stato di nessuno; solo che non ho mai impedito a nessuno, giovane o vecchio, di ascoltarmi, se lo voleva, quando parlavo o attendevo al mio compito perché io non sono di quelli che parlano quando li pagano e se no stanno zitti, ma mi offro egualmente al ricco e al povero perché possano interrogarmi e ascoltarmi e rispondere alle mie domande. Se poi qualcuno di questi tragga buon profitto o meno, non è a me che si deve imputare la responsabilità perché io non ho mai promesso di insegnare nulla a nessuno e se c'è chi afferma di aver udito o appreso da me, in privato, cose che anche tutti gli altri non abbiano potuto apprendere o udire, ebbene, sappiate che costui è un mentitore.
XXVIII
Qualcuno potrebbe dirmi: «Ma, Socrate, una volta in esilio, non potresti startene zitto e quieto?» Ma è proprio questa, invece, la cosa più difficile da far comprendere a qualcuno di voi, perché se vi dicessi che questo sarebbe un disubbidire a dio e che, quindi, non è possibile che io me ne viva tranquillo, voi, di certo, non mi credereste e pensereste che io lo dica, così, per finta. Se poi vi dicessi che il più gran bene, per un uomo, sta nell'indagare continuamente sulla virtù e sulle altre questioni di cui mi avete sentito discutere, quando sottoponevo ad esame me stesso e gli altri, se vi dicessi che la vita non è degna di essere vissuta, senza questa indagine, voi mi credereste ancor meno. Così stanno le cose, cittadini, come ve le ho riferite, ma non è facile farvi persuasi.
XXXIII
Anche voi, giudici, dovete, quindi, sperare nella morte e pensare a una cosa sola, che cioè all'uomo buono non può toccare alcun male né in vita né dopo morto e che gli dei non dimenticano le sue azioni; anche quello che ora è toccato a me, non è accaduto per caso ed è chiaro che la cosa migliore per me è morire e liberarmi, così, da tante brighe.
Ecco il motivo per cui la voce di dio non mi ha interdetto e perché io, contro i miei accusatori, contro quelli che mi hanno condannato, non ho alcun rancore, sebbene essi mi abbiano accusato e condannato non con questa intenzione, ma per farmi del male: in questo sono da biasimare.
Tuttavia io li voglio pregare di una cosa: quando i miei figli saranno cresciuti, puniteli, cittadini, stategli dietro come io facevo con voi, se vedrete che si preoccupano più delle ricchezze o degli altri beni materiali che della virtù e se si crederanno di valere qualcosa senza valer poi nulla, rimproverateli, come io rimproveravo voi, per ciò che non curano e che, invece, dovrebbero curare, se credono di essere «grandi uomini» e poi non sono niente.
Se farete questo, io e i miei figli avremo avuto da voi ciò che è giusto.
Ma è giunta, ormai, l'ora di andare, io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada a miglior sorte, nessuno lo sa, tranne dio.
Dall' Apologia di Socrate,
pensando ad Enzo Biaggi (1920-2007)