sabato, 14 giugno 2008

Morte in una Pasta.

Supponiamo che un giorno ti capiti di vedere la morte in faccia: come l’immagineresti? Molto probabilmente una nonnina dal naso gigante, oppure uno scheletro completo di mantello e falce, o ancora nel costume da bella e dannata, il mio preferito. Viso angelico, seno abbondante e occhi da paradiso. Chi non la seguirebbe una morte così?

Se ti dicessi che si può presentare sotto forma di pasta americana, mi rideresti giustamente in faccia, non ha senso. Una di quelle innocenti e golosissime sfoglie, crema e liquore dentro, zucchero a velo sopra. La fine del mondo!
Eppure accadde così, pare surreale e comico lo so.
Quella mattina dovevo incontrare la mia ex, voleva chiarire. Lasciati nel classico modo: lei diceva di essere nervosa per problemi suoi e tu sostieni di non poterle dedicare più tempo
–Silenzio –Pausa -Ciaoo!!
Spero rimarremo comunque amici”, così aveva detto prima di scomparire nel nulla dal quale sembrava ora riemergere.
Aspettavo lei, quel giorno, davanti la vetrina stregata di dolci.
Nell’attesa, tra cali di zucchero e carenze d’affetto, comprai una pasta americana e a bocca spalancata sentii:
-se ti dicessi che mordendomi morirai?-
Rimasi interdetto, mi volsi intorno sicuro di vedere qualcuno, era una voce calda e familiare.
-Non cercare intorno imbecille sono io che parlo- e strizzò un occhio di candito apparso senza che me ne accorgessi.
-Tu?- risposi basito – una stupidissima pasta americana, e perché dovresti uccidermi? Strano, sembri così buona…-
- Sono la morte, non chiedermi il perché, ma in direzione hanno deciso questa prassi:
soffocamento da ostruzione- cinque minuti netti”.
Originale no? Dai facciamo in fretta che tra mezz’ora ho un ictus per un vecchietto e una partita a scacchi da vincere, sono imbattibile!-
-Aspetta, aspetta un attimo, quindi, secondo te ora, se non sono sbronzo o rimbecillito per finire a parlare con croissant , io, sapendo cosa mi aspetta credi che morda lo stesso?
-Certo- disse la pasta con modo pacato come se fosse una formula abituale –certo, perché non c’è mai fine all’imbecillità umana: un fumatore, ad esempio, lo sa che il fumo uccide eppure mi cerca lì senza problemi…-
-Non capisco, che c’entra?-
-C’è poco che non c’entra. Tutti, e tu non sei da meno, siete attirati a me, o meglio alla vita di cui io sono solo una parte:
si nasce e si muore, si cresce, si invecchia, si soffre e si gode,
dai,non perdiamo altro tempo che mi si sta rovinando la crema e la storia dell’ubiquità ve la siete tirata fuori voi…-
Cercai di trattenere le risate –dai, non posso crederci, quando va in onda? Siete troppo forti, ehehe, e poi ho ancora molte cose davanti a me, non sono mica vecchio-
-Oh! Guarda che stai parlando con la morte in persona e non ridere che non mi diverto poi tanto con  la forfora di zucchero in testa! Non devi crederci o meno, è così, non stiamo discutendo di metafisica-
-Ma cosa c’è di là?- chiesi tranquillo, giusto per stare allo scherzo.
-Lo vedrai…ihihih feste: party, donne e luci colorate uhahaha! Scusa, ma questa domanda la fatte tutti. Secondo te mi faccio i fatti altrui? Io lavoro da questa parte, non lì. Non c’è lavoro da quella uhuhuh questa me la segno! …non lo so, punto.-

Che fine di merda! Pensai. Non aveva  alcun senso: una morte buffona e spiritosa, ideale forse per un fallito, ma non per me che ho tanti progetti da portare avanti.
-Hei, piano con le offese- riprese la pasta come se avesse letto i miei pensieri –sennò una bella fine per meningite non te la toglie nessuno. Guarda bene la vita che fai: quella di una scimmia. Trent’anni, una laurea a metà, vivi con mamma e papà e un lavoro mooolto flessibile in un call center trattato da pezzente; per non parlare della tua ultima ragazza: per carità! fa schifo! Chissà che noia poi! Nessun divertimento: palestra tre volte a settimana, discoteca, birra e camel light da dieci. Secondo me ci guadagni nel morire.-
-Basta!- pensai –sarà la morte, sarà uno scherzo, sarà pure la televisione ma non sono disposto a perdere la dignità per un minuto di visibilità insulsa, non può continuare ad insultarmi così, a trattarmi da pezzente, da fallito, miserabile, decrepito prima del tempo, ora gli dimostro che si sbaglia, che non ho legami e cambio, faccio e disfo le cose a mio piacimento.-
Disgustato buttai la pasta americana nel cestino. Non ebbi che trenta secondi.

Ora sono qui immobile, guardo la vita da fuori, in silenzio, aspetto.
Paralisi completa e demenza da doppio ictus ischemico, un caso stranissimo per una persona così giovane, così dicono i medici. Io lo so, sarebbe dovuto essere fulminante, ma non era quella la morte prevista, questa è solo una ripicca alla mia volontà, e quindi sono ancora qui seppur immobile.
Penso, nessuno lo sa, non vedo e non parlo, non posso dimostrare e spiegare che capisco e sento tutto, le cose intorno a me e i loro meccanismi appaiono così lucidi, ma nessuno ci crederebbe, nessuno, e in fondo sarebbe come credere che la morte può essere anche una pasta americana.

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categoria:racconti, stati di mare
mercoledì, 27 febbraio 2008

In principio era la natura, la madre, la “Tellus Mater”. Da lei nacquero tutti gli animali compreso l’uomo. Fisiologicamente, infatti, egli è tale, ed è il più debole tra gli animali: quello privo di istinto e intuito, mezzi di comunicazione privilegiati tra la natura e i suoi figli.
L’uomo li ha svenduti per la ragione.
Morse una mela, un frutto di conoscenza: in quell’istante capì di non sapere e fu spinto alla conoscenza, distaccandosi dalla natura.
Voleva essere creatore, non solo creatura. Capire, non essere capito, voleva essere “padre” di se stesso.
Comprese che la conoscenza assoluta era inarrivabile, per cui, per limitare il suo desiderio, si pose un vincolo limitando il suo respiro, ferendosi e togliendosi una costola:
da cui plasmò Dio.

...Nel poco tempo inseguo un sogno come può fare un curioso...

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categoria:racconti, pensando
martedì, 18 dicembre 2007

Vaneggio del lunedì sera:

Tragedia tinta in atto unico.

-Luce
Tutto pareva così chiaro, come ogni mattina.
Bianca viveva senza ombre nel cuore, vagando radiosa tra il verde e l’azzurro. Ma un giorno giunse un’allucinazione, un qualcosa di inaspettato, che sarebbe rimasto impresso come la varechina sui colorati:
Un fuoco si accese di rosso per un tipo ombroso, scuro con particolari sfumature che lo rendevano unico. Non era certo niente di primario, si doveva trattare sicuramente di un composito, una miscela, un accostamento nuovo e poi agli occhi di lei appariva bello come disegnato da un pittore!
Quelle sfumature sembravano celare qualche segreto.
Lui colse una rosa e la porse a lei che divenne tutta rossa: da lì in poi fu tutto rose e fiori e vissero nella porpora e nell’oro (come tutti i principi azzurri ovviamente anche questo era benestante).
Un giorno, però, accadde un giallo. Già la notte prima, nel sonno, Bianca aveva avuto un oscuro preavviso: un incubo di panni in ammollo che perdevano colore nell’acqua che diventava sempre più torbida, attraversata da un fiume grigio.
La sera lui tornò dal suo lavoro sporco di terra di siena: dove era stato?! Da dove proveniva quel colore? Dal lavoro non di sicuro visto che gestiva una lavasecco.
Bisognava fare trasparenza su questa storia.
Alla sera, come si addormentò lei frugò nelle sue tasche, nel buio della stanza rischiarata solo dalla luna.
Trovò dei documenti mai visti prima. Impallidì, divenne viola rischiando di svenire.
La luce si accese di colpo.
Lui la fissò negli occhi, scurendosi in volto e perdendo sfumature, mentre molti colori caddero a terra inermi.
Bianca pregava verde speranza e sarebbe voluta scappare oltremare. Era stata illusa da una vita all’apparenza così rosea con la promessa dei fiori d’arancio.
Ora tutto appariva più chiaro, aveva scoperto il vero nome di lui, che ora si toglieva quella insulsa maschera di tinta. Continuò a ripetere quel nome anche mentre lui ormai la copriva:
Nero”.
E tutto divenne una macchia indefinibile.
-Buio.

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categoria:racconti
lunedì, 03 settembre 2007

Penso che mi farebbe comodo avere un’altra mente e un altro cuore.
Chi me li cambia?
Data l’intenzione, in cui mi vado sempre più raffermando, di rimanere uno spettatore impassibile, questa mente, questo cuore mi servono male. Ho ragione di credere (e gia più d’una volta me ne sono compiaciuto) che la realtà ch’io do agli altri corrisponda perfettamente a quella che questi altri danno a se medesimi, perché m’industrio di sentirli in me com’essi per sé si sentono, di volerli per me com’essi per sé si vogliono: una realtà, dunque, al tutto “disinteressata”. Ma vedo intanto che, senza volerlo, mi lascio prendere da questa realtà, la quale, così com’è, mi dovrebbe restar fuori: materia, a cui do forma, non per me, ma per se stessa; da contemplare.
Senza dubbio, c’è un inganno sotto, un beffardo inganno in tutto questo. Mi vedo preso. Tanto che non riesco più neanche a sorridere, se accanto o sotto a una complicazione di casi o di passioni, che si fa a mano a mano più aspra e forte, vedo scappar fuori qualche altro caso o qualche altra passione, che mi potrebbero esilarar lo spirito.

 

Per causa vostra che pur siete tanto pietosa! Ma appunto perché siete così pietosa. Non ve lo posso dire, non ve lo posso far capire. Non vorrei dirmelo, non vorrei capirlo neanche io.
Ma no, io non sono più una cosa, e questo mio silenzio non è più silenzio di cosa. Volevo farlo avvertire agli altri, questo silenzio, ma ora lo soffro io, tanto!
Séguito, pur non di meno, ad accogliervi dentro tutti. Sento però che ora mi fanno male tutti quelli che vi entrano, come in un luogo di sicura ospitalità. Il mio silenzio vorrebbe chiudersi sempre più attorno a me.

 

-Evadere, signor Fabrizio, evadere; sfuggire al dramma! È una bella cosa, e anche di moda, le ripeto. E- va- po- rar- si in dilatazioni, diciamo così, liriche, che sopra le necessità brutali della vita, a contrattempo e fuori luogo e senza logica; sù, un gradino più sù di ogni realtà che accenni a precisarsi piccola e cruda davanti agli occhi. Imitare, insomma, gli uccellini in gabbia, signor Fabrizio, che fanno sì, qua e là, saltellando, le loro porcheriole, ma poi ci svolazzano sopra: ecco, prosa e poesia; è di moda. Appena le cose si mettono male, appena due, poniamo, vengono alle mani o ai coltelli, via, sù, guardare in sù, che tempo fa, le rondini che volano, o magari i pipistrelli, se qualche nuvola passa; in che fase è la luna e se le stelle pajono d’oro o d’argento. Si passa per originali e si fa la figura di comprendere più vastamente la vita.
Cavalena mi guarda con tanto d’occhi: forse gli sembro impazzito.
-Eh,- poi dice. – Poterlo fare!
- Facilissimo, signor Fabrizio! Che ci vuole?Appena un dramma le si delinea davanti, appena le cose accennano di prendere un po’ di consistenza e stanno per balzarle davanti solide, concrete, minacciose, cavi fuori da lei il pazzo, il poeta crucciato, armato di una polpettina aspirante; si metta a pompare dalla prosa di quella realtà meschina, volgare, un po’ d’amara poesia, ed ecco fatto!
-Ma il cuore?- mi domanda Cavalena.
-Che cuore?
-Perdio, il cuore! Non bisognerebbe averne!
-Ma che cuore, signor Fabrizio! Niente. Sciocchezze. Che vuole che importi al mio cuore se Tizio piange o se Cajo si sposa, se Sempronio ammazza Filano, e via dicendo? Io evado, sfuggo al dramma, mi dilato, ecco, mi dilato!
Dilata invece sempre più gli occhi il povero Cavalena. Io sorgo in piedi e gli dico per concludere:
-Insomma, alla sua costernazione e a quella della sua figliuola, signor Fabrizio, io rispondo così: che non voglio più saperne di nulla; mi sono seccato di tutto, e vorrei mandare a gambe in aria ogni cosa. Signor Fabrizio, lo dica alla sua figliuola: io faccio l’operatore, ecco!
                        E me ne vado alla Kosmograph.

Frammenti di "Quaderni di Serafino Gubbio Operatore", Luigi Pirandello, 1913


Questo è stato il libro che ho letto più volte quest'estate e un po' mi son comportato come "Si gira"...
Io però me ne vado a Cagliari...

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categoria:racconti, letteratura, pensando, tornando ad itaca
sabato, 07 luglio 2007

Ricordo i giochi da bambino. Dicono che quella sia l’età della spontaneità maggiore.
Intuizioni Stanislavskijane: Come il migliore attore, il bambino applica la reviviscenza e nelle sue azioni, non immedesima, vive il personaggio che desidera.

Le sfide contro il tempo, in spiaggia, costruendo castelli troppo vicini al mare. Sale la marea, ansia, fatica, delusione. Costruire bastioni, che inesorabilmente crollano. Sempre più arrabattarsi e sempre più crolli, più veloci; e alla fine più niente.

Ricordo i rifuggi tra foreste nel cortile di casa, unico sovrano di un regno di un altro mondo. Bestie feroci, misteri, esplorazioni, rendevano quello tra i reami più intricati mai conosciuti.
Pergamene, carte di formule magiche e scoperte alchemiche nascoste sotto le pietre, tra gli interstizi della legna. Il nemico, mio fratello, mia madre, involontari non sapevano il pericolo di quelle carte: leggerle avrebbe cancellato tutto, non sarebbe rimasto che uno spoglio cortile dietro una casa, con un bambino che gioca. Spesso succedeva e io piangevo, di colpo mi ritrovavo buttato nuovamente nella realtà, senza niente, non più padrone del mio tempo. Stranamente, svelandomi la verità delle cose, non facevano altro che buttarmi a terra:
è incredibile quanto possa esser importante credere alle proprie bugie.


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categoria:racconti, teatro, sul proscenio
venerdì, 08 giugno 2007

-Li vedi? Sono lì, aggrappati ai gas sprigionati dai loro variopinti bicchieri..-
Il giovane rimase perplesso da questa strana osservazione fatta dal vecchio, che continuava:
-Senti il rumore dei passi su questo pavimento di legno no? Qua il frastuono non è tanto, conosci questo bar e sai bene che non è molto movimentato...-
Il giovane lo guardava sempre più perplesso e cominciava a domandarsi dove il vecchio volesse andare a parare, cosa cercava di sapere da lui, che oggi, più che mai, aveva così poca voglia di parlare, di spiegare. Lui, tanto sapeva che non avrebbe dovuto dire niente: Il vecchio era in grado di fare domande e darsi le risposte altrui da solo, come se le leggesse dagli occhi dei suoi interlocutori,   cui chiedeva solo poche, apparentemente non molto conclusionate, parole, da cui riusciva a ricavare tutta la chiave di volta del pensiero.
-…è comunque frequentato: volti noti, sconosciuti, simpatici o invisibili nei loro discorsi di lavoro, di quotidiano, a volte angosce e sfogo sui quei tavolini colmi di birra e vermentino.-
Il vecchio, si interruppe rimanendo in silenzio a testa china, come un bambino che vuole raccontare una storia ma è troppo timido, che ha paura, e non sa bene da che parte incominciare
 -Eppure, … non so…-
Di nuovo silenzio. Il giovane, sapeva che quel bambino non era altro che l’esternazione di se stesso, come se quell’anziano non fosse altro che lo specchio in cui ora si rivedeva e si giudicava.
Ma di colpo il vecchio chiese tutto d’un fiato, di nuovo illuminato, come preso da una grande fretta: - Cosa vedi in quella finestra che da sotto e poi sul mare?-
Il giovane, in contropiede rispose senza pensare: -Ogni volta che vedo quella vetrata vorrei spaccarla e lanciarmi sotto-
-Perché?-
-Così, giusto per sentire il suono di un corpo che cade…-
rispose stizzito il giovane, che si era lasciato andare, sbattendo il palmo della mano sul tavolo, come per riprodurre il suono di quell’ipotetico tonfo sordo
-…Se non posso far parte di uno strumento musicale, lo voglio almeno ascoltare-
e ripiombò nel suo silenzio.
Ma questo bastava al vecchio per capire, ora sarebbe stato di nuovo in grado di  di raccontare le sue storie sulle onde del mare.
- Guarda bene la vetrata e il mare dietro lei. Guarda quell’onda che sta arrivando: lunga, vedi come si piega, cade, si infrange e si alza, grida, suona e sorda? Eppure lei non si sente, e le altre onde hanno le orecchie tappate da se stesse per poter dar peso a lei…
Che strana idea la musica!-

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categoria:mare, musica, racconti, sul proscenio
domenica, 01 aprile 2007

Vaneggio della Domenica mattina.

Come la “mamma del caffé”, che resta con lo zucchero, non bianco ma giallognolo, sul fondo della tazzina. Forse la caffettiera funziona male? Forse la cameriera non lo sa fare? Forse dovrà imparare?
Forse troppa gente da servire, un sabato di formiche, "il solito Grazie!"
"Martini, Bianco con la pizza che la birra mi gonfia": tutto in tiro guardava gli altri autori e fruitori di un momento così grottesco di teatro!
Che si fa? Per ora al bar a farci vedere da maschere di cerone senza occhi, un altro caffè e un amaro grazie! …quello di prima faceva cagare… noi invece…
Due scelte: oh a ballare in luogo squallido pieno di gente squallida oppure...
Idea!!! Andiamo a vedere stanche ballerine dall’accento esotico: non costa molto, infondo
Cosa scegliere tra la busta A, la B e C? nell’ultima resta sempre il rimanere seduti nel letto consapevoli  che è andata anche oggi..: certo che però è una tristezza…
Scappare!: un biglietto per la prossima stazione.. grazie!! 5,15? Ma se ieri ho pagato 4,80 per 100 kilometri?!

“Trenitalia vi ringrazia di aver scelto i suoi disservizi e vi invita a risalire sui suoi pulman, arrrivederci".

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categoria:racconti, pensando
lunedì, 19 febbraio 2007

Le Maschere di Asuni

Non era grande come paese, ma importante era il suo territorio, protetto dal castello della Medusa, e la sua gente, di buone fatture e consapevole di ciò che aveva.
Stava lì lungo sa Brabaxianna, la porta che conduce alla Barbagia, che unisce il sacro e il profano. Conosceva le feste in cui uomini, sacerdoti, medicina popolare, artisti e donne amavano partecipare e mostrare il proprio valore. Si ritrovavano per festeggiare i santi cristiani e per ringraziare la natura all’uccisone dei maiali e per il raccolto del grano.

Ma più di ogni altra, la vera festa era il Carnevale. Un avvenimento mistico: come in Barbagia iniziava il giorno di Sant’Antonio, con maschere che danzavano attorno ad un enorme falò, per propiziare la salute , il destino, il tempo e il lavoro; per concludere poi  quando i sacerdoti mettevano i loro abiti da lutto per la quaresima.

Lo sfilare delle maschere era atteso è festeggiato da tutti. Si costruivano maschere di bellissima fattura, le migliori dell’isola. Venivano da tutti i paesi per vederle: dalla Marmilla, dal Sarcidano, dal Barigadu, da Ruinas, Laconi e Meana. Quelli di Samugheo e Mamoiada ne provavano invidia, in quanto più cupe e possenti dei Mammuthones ed eleganti più degli Issochadores. Il volto poi era enorme , singolare, ancor più dei Bundus di Orani.
Si dice che i Tumburinos di Gavoi facessero a sfida per accompagnarne le danze.
Ogni abitante di Asuni e ogni persona che giungeva nel paese ed assisteva alla sfilata, era come presa da un fremito, desiderava fortemente mascherarsi e farsi vedere, dimostrare la sua bravura e la bellezza del proprio aspetto, tanto che si prometteva di vestirsene all’anno seguente.
Per questo ogni anno il numero dei danzatori del carnevale aumentava notevolmente, sino a quando tutti si ritrovarono mascherati e nessuno che fosse rimasto ad osservarli.

La Maschera perse il suo senso, senza nessuno disposto a guardare ad assistere, la gente non si vestì più perché si sentiva priva di attenzioni. Cadde il carnevale, il paese diventò triste, caddero  e furono distrutte le maschere bellissime e se ne perse il ricordo perché da esse si era preteso troppo, non riuscendo più a capire che oltre di essa vi erano altre persone, non solo maschere con occhi per vedere solo se stesse.

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categoria:racconti, teatro, tornando ad itaca